L’uccello

Non ho neanche quarant’anni e già non digerisco la pizza. Poi finisce che non dormo. E se prendo sonno mi ritrovo in situazioni come questa. Faccio spesso sogni lucidi ma non ero mai stato, in modo consapevole, un uccello. Devo essere uno di quei corvacci neri che gracchiano sopra il mio tetto. Oppure una cornacchia. È strano e reale al tempo stesso. Sono confuso, so che sto volando, ma non controllo del tutto il mio corpo che ora ha piume, ali e becco scuro. Il flusso d’aria addosso mi sorprende: scava dentro e leviga fuori. Quasi fossi un oggetto di argilla sul tornio e mani estranee mi modellassero.

È una sensazione che non so descrivere meglio di così. Volo. Dev’essere mattina, senz’altro primavera perché gli alberi non sono spogli, anche se hanno ambigue sfumature violette. Adesso sono a mio agio, rassegnato alla circostanza. Mi sono addormentato d’inverno e ora plano nella brezza leggera di una stagione tiepida. Incredibile, che sogno ricco di particolari. Sotto di me il quartiere San Piero e il mio vecchio liceo. È ancora in piedi, con la fatiscente palestra verde e i lavori perennemente in corso. Provo a scendere di quota. Non è difficile volare, basta assecondare il vento. Mi sento attratto dai frassini lungo il viale, poco oltre il cortile dalla ringhiera scrostata. È strano, adesso qui c’è un supermercato. Gli alberi non esistono più, nella realtà. Sono stordito dai dettagli, dalla vividezza delle immagini. Destra, sinistra, osservo più che posso. È come una sete. Di solito, accortomi di sognare, apro gli occhi subito. Ora no. Plano e mi artiglio al ramo di un frassino. È stato facile, non mi sembra di perdere l’equilibrio, forse perché sono molto leggero.

 Da quassù vedo la scuola; un tempo ero proprio in quella classe al primo piano, con le finestre che si aprivano per metà e i davanzali scalcinati dove l’insegnante di religione spegneva le sigarette. Quell’ipocrita fumava con noi per sentirsi giovane o per conquistare la nostra fiducia. Missione fallita. Devo avvicinarmi. Non ci credo. Già da lontano l’ho riconosciuta: la prof Calpacci, quella stronza sempre sudaticcia che mi ha fatto odiare fisica e smettere di studiare. La incolpo da una vita ma ci ho messo anche del mio e mi sento in difetto ancora oggi davanti a un documentario di Neil deGrasse Tyson. Prima di posarmi sul parapetto mi sono già individuato nella classe. Che anno sarà? Ne sono passati più di venti. E io sotto forma di uccello osservo il me stesso adolescente: sono all’ultimo banco, insieme a Gregorio, quindi la seconda o la terza perché poi lui bocciò. Che tenerezza, indosso una maglia dei Nirvana sformata, jeans orribili, come i miei capelli. Sono magro, per qualche ragione sorrido. Deve esserci stata ginnastica, molti hanno la tuta. Chissà che odori ripugnanti di ormoni e sudore. Non li percepisco, in compenso sono i colori ad essere bizzarri come la mia visione periferica. Mi frulla tutto in mente in modo molto rapido, nel mio minuscolo cranio di uccello. Il cemento del davanzale rimanda una sensazione di instabilità. Ma non ho paura. Posso volare. Il banco di fronte a me, al di là del vetro invisibile, è vuoto. Al primo della fila Alberto è chino su un libro. Non so che fine abbia fatto. Dietro di lui Alessandra e la sua amica Perrucci. Alessandra non mi sembra così bella, eppure all’epoca piaceva a tutti. Ho incontrato qualche anno fa la Perrucci con un passeggino al supermercato che hanno costruito proprio dov’era questa scuola. Se mi ha riconosciuto, ha fatto finta di non vedermi. Più lontano altri volti, altre vite. Massini, diventato portaborse di un politico. Sempre stato una testa di cazzo. E la Tinti che si mangia le unghie imbambolata verso la lavagna. Con noncuranza si toglie la felpa restando con una t-shirt bianca che aderisce al seno abbondante. Non bella, ma aveva qualcosa. Credo che abbia sposato un olandese, non so altro. E poi Mirco che ora è il medico di Linda. Voglio guardare, restare qui ancora un po’ ma mi sento all’improvviso respinto. Mi sono avvicinato fino a scontrarmi con il vetro. Devo aver fatto rumore. Il me stesso di allora si è voltato verso di me. Cazzo, mi sto guardando! Intanto ride o rido. E batte sulle spalle del compagno davanti. Mio Dio, è Andrea. È morto nel 2005. Cazzo.

            Sbatto ancora contro il vetro. Non l’ho fatto apposta. La Calpacci si avvicina, forse per scacciarmi ma succede qualcosa, una sorta di lampo mi acceca per un istante, senza rumore. Mi ritrovo in volo, riconosco dall’alto la mia casa, la finestra della camera. Mi avvicino. Sono ancora frastornato dalla luce ma in basso scopro che gli alberi sono spogli: è di nuovo inverno. Sul tetto una macchia bruna di corvi. Respingo l’idea di unirmi a loro. Voglio svegliarmi, mi sento spaesato. Raggiungo il cornicione della mia stanza. Tre uomini in abito scuro sono in piedi sotto il lampadario. Linda, seduta sulla poltrona Ikea, ha la faccia sconvolta. Guarda in direzione del parquet. Lo faccio anch’io. Il mio corpo è a terra, con gli occhi chiusi. Gli estranei lo sollevano con un lenzuolo e lo posizionano in una sorta di bara grigia. Voglio svegliarmi, cosa succede? Mi getto contro il vetro, una, due, tre volte, fino a farmi male. Nessuno fa caso a me. Sono un uccello. La mia anima è qui dentro. Non è un sogno.


Tarek Komin, nato a Sansepolcro nel gennaio ’84, laureato in Studi Storici demoetnoantropologici, è responsabile commerciale di un’azienda fitoterapica. I suoi ultimi libri sono usciti per Bertoni Editore (“Hiroi Kata” 2017, “Il Primo Poeta nello Spazio” 2019), Augh! Edizioni (“Il Nido delle Tasche” 2017) e Watson Edizioni (“Emilio Seminci e i Giorni dell’Umanesimo” 2015). Ama l’arte e suona il pianoforte. È rappresentato da Otago Literary Agency.

Redazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto