Un’esperienza formativa

Ultimamente il mio periodo universitario procedeva così: vivevo con i miei (dal momento che l’università dove io mi presentavo a frequentare i corsi lo stretto, strettissimo, necessario era a pochi chilometri), andavo a dormire tardi e spesso nel cuore della notte mi alzavo e non facevo nulla, magari guardavo un film, per poi riaddormentarmi alle sette del mattino e dormire fino alle due del pomeriggio.

Beh, a lungo andare ‘sta storia non è che andasse giù ai miei.

E così sempre più martellante erano partite le richieste di “trovati qualcosa da fare”, “datti una mossa, fai un lavoretto” e compagnia bella (brutta anzi).

Tutto sommato era capibile la loro posizione.

E divennero sempre più pressanti verso settembre. E verso settembre dalle mie parti c’è una cosa interessante: si fa il vino.

Ora, il vino interessante lo è quando è dentro una bottiglia e tu devi solo stappare e bere. C’è però tutta una trafila perché quel liquido sia lì dentro a darti magari un mal di testa atomico il giorno dopo (solfiti del cazzo): la vendemmia.

Grazie ad un mio amico (che dopo quell’esperienza sto ancora cercando per tagliargli le palle in segno di gratitudine) mi ritrovai a fare il vendemmiatore.

La famiglia dell’amico (del cazzo) aveva un’azienda agricola in Oltrepò e come sempre aveva bisogno di forze fresche che, sotto il sole e le zanzare, tagliassero tutto il giorno grappoli d’uva per svuotare i loro immensi filari.

Avevano un sacco di terra e infatti producevano vino che esportavano anche all’estero.

Avevano, oltre la terra, un sacco di grana. Soldi dalle mie parti, non so se m’intendo eh?

Eccomi quindi di primissima mattina al mio primo giorno di vendemmia pronto a tagliare con il mio bel forbicione uva tutto il giorno.

Prima cosa da notare: il mio amico non c’era.

E certo! Lui era il figlio del titolare e ora era sicuramente sotto le coperte bello tranquillo.

Stronzo!

Mi ritrovai invece con altre quattro persone.

Eravamo divisi in gruppi (in tutto forse eravamo una quindicina di persone) sparpagliati per tutti i filari dell’azienda.

Dicevo, io ero con ‘sti quattro: un vecchio che avrà avuto settant’anni e che capii era un parente (che cazzo ci stava a fare lì?), altri due ragazzi della mia età e un rumeno con un simpatico vezzo estetico: gli mancavano due denti e per sua grande fortuna erano quelli davanti, così che ad ogni sorriso (pochi a dire il vero) era come vedere il trailer di un brutto film horror.

Poi arrivò il boss: il titolare della baracca insomma.

Subito non mi piacque per niente quel tizio.

Era basso e si portava dietro un panzone enorme. E va beh, fin lì nulla di che. Portava poi un cappello di paglia (di quelli che si usano in campagna e che ora si mettono pure fighetti al mare per fare l’aperitivo, ditemi voi se ha senso), cappello che nascondeva una bella pelata. E ancora, fin lì ok.

E poi urlava come uno stronzo.

Come il tizio al mercato che deve far fuori l’ultima zucchina e grida a gran voce per attirare l’attenzione sulla sua offerta.

Come il gabbiano che rompe le palle quando stai a letto in vacanza.

Come il rumore della metro prima che sbuchi dalla galleria.

Come, come, come?

Un maledetto capetto di merda.

Avrei dovuto andarmene seduta stante.

Beh, non lo feci: non sono molto intelligente, vero?

Il capetto cominciò a sbraitare ordini, dove dovevamo andare, come dovevamo tagliare le maledette viti.

E come vanno tagliate stronzo? Ci vuole un master? Pigli il forbicione e dai un colpo, tac.

E invece quello urlava e urlava.

Ci mostrò poi quelle che erano le uve migliori che dovevano essere colte e messe nella sporta che ognuno di noi aveva con sé, e poi quelle invece da buttare perché non adatte per il suo merdoso vino.

Dopo la manfrina cominciammo.

Salimmo sul carrello (si chiama così?) che stava attaccato al suo trattore e quello ci portò alle viti facendoci sobbalzare ad ogni buca.

Sembrava lo facesse apposta lo stronzo a prendere le buche.

Non ne mancava una.

Scesi da quel maledetto trattore col culo a pezzi.

Ma non me ne potevo stare a letto a casa dei miei? Non è che ne avessi bisogno di stare in quel posto. Come anche gli altri due miei coetanei e sicuramente il vecchio.

Il rumeno no, quello ne aveva forse bisogno.

Stava peggio di noi, chiaro.

Ma per me era “un’esperienza formativa” mi avevano spiegato i miei.

Capisco ora cosa volevano dire: prima ti rendi conto, nel modo peggiore e con una mansione di fatica, che merda è il mondo del lavoro, prima decidi se continuare ‘sto gioco assurdo dormi/lavora/dormi/lavora/semprequellodevifare, oppure spararti un colpo in testa.

Beh, l’ultima opzione mi sembra la migliore.

Poi, tutti e cinque, ci sistemammo per cominciare a tagliare uva e riempire le nostre sporte.

Il capetto, sempre urlando come un decerebrato, ci ringhiò addosso che quando le sporte che avevamo con noi erano piene, “solo di uva buona mi raccomando vi controllerò” urlava la merda, ecco, appena riempite le avremmo dovute portare al trattore e svuotarle dentro una cesta più grande, che lui avrebbe poi portato nella cantina dove lavoravano il vino e poi sarebbe tornato con la cesta vuota, pronta per essere di nuovo riempita da noi.

Così tutto il giorno.

Sotto il sole e le zanzare.

Solo il rumeno, che forse di lavori di merda ne aveva già fatti altri, sembrava tranquillo.

Meglio, più che tranquillo sembrava rassegnato. Rassegnato a non avere alternative se non quella merda.

Ricordo che, improvviso, mi passò per la mente che dovevo informarmi sul costo per avere un porto d’armi.

Poi cominciammo a tagliare.

Una, due, tre, quattro, arrivai credo ad una trentina di grappoli e la mia sporta era piena. Ok, la portai dove dovevo.

Quando arrivai al trattore, lo stronzo si stava fumando una paglia.

Vidi che gettò un occhio al materiale che gli avevo portato.

Io feci finta di nulla e tornai sui miei passi.

Tutto ok.

Non andò così ad uno dei due ragazzi.

Quando portò la sua uva al trattore, appena ne vide alcune lo stronzo si scaraventò giù dal suo seggiolino e cacciò urla a non finire.

E bestemmiava.

Lo potevo sentire, e come me tutti gli altri ma probabilmente anche un abitante di Catania visto il volume mostruoso di quelle grida, lo sentivo appunto che insultava feroce il ragazzo. Gli vomitava addosso tutta la sua assurda e inutile rabbia perché per lui metà di quello che aveva colto non andava bene.

Non aveva ascoltato le sue direttive, urlava.

Il ragazzo non era intelligente come me. Infatti, invece di mandarlo a cagare, incassò tutta quella sequela di parole e tornò al lavoro.

E lo stronzo continuava a bestemmiare.

A pranzo poi mangiammo sotto una tettoia poco lontano dove avevamo vendemmiato tutta mattina.

Eravamo noi cinque, lo stronzo era sparito.

Mangiai il panino che mi aveva preparato mia madre: non c’era però il frigo in quel posto e avevo lasciato il sacchetto con il pranzo lì, al caldo.

Nel panino mia madre ci aveva messo della maionese, che ora aveva assunto un colore strano e puzzava di culo.

Riuscii a mangiare qualcosa e il resto lo gettai.

Ottimo, che splendida giornata stavo passando!

“Un’esperienza formativa” l’avevano chiamata i miei?

Beh, eviterei ulteriori commenti.

Andiamo avanti.

I due ragazzi (se ve lo state chiedendo no, non credo fossero insieme in quel senso, anche se stavano sempre per i fatti loro) mangiarono una insalata di riso che si divisero tra loro (ve l’ho detto, no non credo), mentre il vecchio levò le tende.

E meno male, prima gli venisse un infarto a stare per altre ore lì. Per giunta col caldo del pomeriggio.

Il rumeno invece aveva un trancio di pizza che accompagnò con una lattina di birra.

Ma quelli dove avevano messo la loro roba che, constai, era fresca?

Il rumeno mi indicò un gabbiotto poco lontano da lì: dentro c’era un frigorifero.

Mi dichiarai ufficialmente il re dei coglioni e seccai la mia bottiglietta di acqua rigorosamente lasciata a temperatura ambiente.

Trenta gradi, cioè.

Si perché quello era pure uno dei settembre più caldi degli ultimi anni.

Che fortuna avevo, vero?

Stavo pagando tutto in un colpo il mio stile di vita da bradipo degli ultimi mesi (uno via l’altro fanno anni però, no?) vivendo sulle spalle dei miei.

Dio se la stavo pagando quella cosa!

Tra l’altro a stare lì mi stava quasi passando la voglia di bere vino per il resto della mia vita!

Verso le due sentimmo il trattore avvicinarsi.

Si ripartiva a tagliare, olè.

Ad un certo punto, era passata forse un’ora da quando avevamo ricominciato, dal fondo della fila di viti che stavo quasi terminando sentii un forte urlo.

Ma non era il solito urlo lanciato dallo stronzo per dare ordini.

Era un urlo di dolore. Di più, era come se stessero scannando un maiale.

Cercai di capire cosa diavolo fosse stato e subito una voce mi gridò “scappa”.

Sentii proprio quel verbo: scappare.

Era successo qualcosa di brutto, ovvio.

Lasciai la mia sporta mezza piena a terra e presi a percorrere la mia fila verso l’inizio, dove intravidi il trattore posteggiato a bordo strada.

Quando ci arrivai, quello che vidi fu un’immagine assurda.

Lo stronzo stava riversato sul sedile del trattore in posizione di guida. Aveva le braccia a penzoloni e la testa rivolta verso l’alto.

E un grosso forbicione per tagliare i grappoli d’uva conficcato in gola.

Improvviso sentii colpirmi la spalla da dietro.

Mi girai di scatto, ringraziando di avere un cuore ancora giovane che resse quella botta di spavento. Me li sentivo infatti pompare fin dentro le orecchie i battiti del mio cuore.

Era il rumeno.

Era agitatissimo e mi ripeteva che non voleva farlo. Che non mi avrebbe fatto del male e che dovevamo scappare.

Gli altri due ragazzi erano già spariti nei campi vicino e ora sarebbero arrivati i parenti del morto, il fu stronzo ormai.

Cosa dovevo fare?

Me la diedi a gambe levate.

Non mi fregava niente del rumeno, che però mi stava appicciato addosso.

Dovevo togliermelo di torno.

Stavo scappando insieme ad un omicida infatti, cazzo!

Aumentai la velocità (sono sempre stato discreto sui cento metri) e riuscii a lasciarmelo indietro. Poi notai che prese un’altra strada e sparì dalla mia vista.

E ora?

Delle voci pochi metri davanti a me mi informarono che a breve qualcuno avrebbe scoperto quel casino.

Poi un urlo.

Verso di me.

Prendiamolo!

Proprio quello sentii dire.

Prendiamolo!

E ce l’avevano con me.

Ora, vai a spiegare la situazione.

Vai a spiegare che è stato quel rumeno.

Che poi magari mi danno pure del razzista.

A me! Che li odio quelli (i razzisti).

Che poi se quello stronzo di capoccia avesse tenuto a bada i suoi insulti adesso non avrebbe un forbicione ficcato in gola.

Insomma non avevo la situazione in pugno, proprio no.

Quindi cercai di dileguarmi da qualche parte.

Corsi in direzione opposta rispetto alle voci che sentivo e che sempre di più si avvicinavano e arrivai dietro una stazione dei treni.

Scavalcai il piccolo muro.

Non c’era nessuno. Era una piccola stazione persa nel nulla.

Bene.

Non molto.

Perché sentii di nuovo delle grida che dicevano di andare alla stazione.

E che cazzo!

Quelli cercavano proprio me, porca troia!

Poco lontano dall’ingresso della biglietteria vidi una specie di casupola abbandonata.

Doveva essere stata un tempo il magazzino per gli operai che lavoravano per la manutenzione o altro.

Ci entrai.

Una puzza di muffa e un gran caldo mi accolsero.

Ma non sentii più nessuna voce.

Forse non mi stavano più cercando.

E così aspettai lì dentro.

Passò diverso tempo e io ero lì, in piedi dentro quel rudere, sudato marcio.

Stavo per uscire quando il rumore di una sirena (ambulanza certo, ma se fosse polizia?) mi bloccò.

Al centro della stanza vidi un lercio tavolo di legno.

Sopra c’era un grosso libro e accanto una penna.

Mentre fuori di lì un’ambulanza, la polizia o entrambi stavano occupandosi di un cadavere, assistiti da tutti i familiari e da mezzo paese e forse già da qualche giornalista locale, io mi sedetti a quel tavolo.

Aprii il grosso libro e mi ritrovai di fronte una pagina bianca, seguita da altre pagine, tutte bianche.

Presi allora la penna e dopo essermi asciugato la fronte dal sudore, mi misi a scrivere questa storia.


Alberto Lucchini nasce nel 1983 tra le nebbie pavesi. Dopo varie esperienze come collaboratore in quotidiani locali e una laurea, decide di occuparsi di bagni chimici e successivamente di microincapsulazione. Ha pubblicato sulle riviste: Grado Zero, Pastrengo, Blam, Il Paradiso degli Orchi, L’Irrequieto.

Redazione

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