È ancora lì

È ancora lì, lo sento.

Avanzo carponi sul parquet. Forse non si aspetta un mio arrivo dal basso, magari è la volta buona che lo colga di sorpresa. Sporgo mezzo viso oltre il bordo della cornice argentata e un brivido mi congela il sudore sulla pelle.

È lì, carponi, mi scruta con mezzo viso. Mi conosce bene, non capisco come faccia a prevedere ogni mia mossa. Non avrei dovuto cambiare casa; in quella vecchia non c’era nessuno a controllarmi e a spiarmi, nella mia vecchia camera da letto non c’era nessun mostro che mi tormentava giorno e notte.

Ritraggo la testa tirandomi fuori dal suo campo visivo. Non posso continuare a vivere nella paura, non dormo da una settimana. È arrivato il momento di affrontarlo. Scatto in piedi e mi pianto al centro della stanza, di fronte alla cornice. Anche lui fa lo stesso, ma nella stanza uguale alla mia all’interno del telaio argentato.

Lo fisso e mi fissa. Diventa ogni giorno più orrendo, con quelle occhiaie scure, la pelle pallida e la barba incolta. Sfodera la solita espressione intimorita, ma ormai so che si diverte a imitarmi, vuole estenuarmi, è la sua tattica per distruggermi. Muovo un passo indietro e muove un passo indietro. Gli punto un dito contro e mi punta un dito contro. Vuole condurmi alla pazzia.

«Vattene!» urlo.

Le sue labbra si muovono in contemporanea alle mie labbra. L’unica voce nella stanza però è la mia voce. Si prende gioco di me.

«Lasciami in pace!»

Finge di urlare le mie stesse parole. È inutile che gli chieda di nuovo cosa vuole da me, ormai ha capito che il suo mutismo mi terrorizza. Ma stavolta sarà l’ultima volta, il suo gioco diabolico finisce qui.

Porto una mano dietro la schiena, sfilo dalla cintura la pistola che mi ha procurato Nino O’ Malacarne e gliela punto contro. Sgrano gli occhi: anche lui ha una pistola, uguale alla mia e puntata verso di me. Maledizione, è riuscito a scoprire anche questo piano!

Sparo un colpo, due colpi, tre colpi. Il mostro si frantuma in mille pezzi e crolla sul parquet. Mi tocco il petto, non c’è sangue nel mio palmo. Mi ha mancato oppure ha sparato a salve.

Corro nel ripostiglio e torno con scopa e paletta.

È ancora qui, si è moltiplicato, mi scruta da ogni frammento luccicante. Sono in tanti adesso, tutti uguali, con le occhiaie scure, la pelle pallida e la barba incolta. Fanno meno paura ora che sono così piccoli.

Li infilo in un sacco nero e mi precipito fuori. Sfreccio lungo il vialetto. Il camion della spazzatura sta svuotando i cassonetti dei vicini, manca poco e mi libererò per sempre di questi orribili mostri.

Uno strattone mi blocca e mi tira all’indietro. Precipito sull’acciottolato. Batto il sedere, i gomiti e la schiena. Ahi, che dolore!

Il sacco si è impigliato nella siepe e si è strappato sul fondo. Un mostro mi scruta dal pezzo di vetro che mi si è conficcato nel palmo della mano, gli altri mi osservano dai frammenti sparsi tutt’intorno.


Fernando Camilleri scrive in riva al mare di Cefalù, circondato dai suoi amici granchi. Spesso le onde gli inzuppano i quaderni, ma nulla gli impedisce di inventare nuove storie fantastiche, bizzarre e umoristiche. Esordisce con il romanzo “Zucchero Filato Volante” (Eretica Edizioni, 2016). Poi è la volta del racconto lungo “Gli esseri oscuri” (Delos Digital, 2020). La sua ultima pubblicazione è “Il pianeta dei bipedi” (Sabir Editore, 2021).

Redazione

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