La profanazione

Lo specchio di fronte alla sua camera era distrutto. I pezzi di vetro disseminati lungo il pavimento lucido. La bocca spalancata lasciava intravedere al suo interno le fauci di quella bestia feroce. Laconico, inseguiva la sua immagine come un anacoreta del deserto ricerca la propria ombra nascosta tra le dune della sabbia incandescente. Nelle mani stringeva un coltello dalla punta acuminata, cosparso di sangue che colava dalla lama metallica scarlatta, le cui pieghe si intersecavano formando dei piccoli labirinti dischiusi in mille aperture sottili e minime, quasi invisibili all’occhio umano.

I piedi luridi erano immersi tra i rifiuti rovesciati dai due cestini della stanza. Un quadro faceva da sfondo alle sue spalle possenti: olio su tela e acrilici. Una nube densa disegnava spirali vertiginose e multicolori, attraversate da getti di pittura bianca e blu, mentre una striscia rosso magenta percorreva il cuore del dipinto spaccandolo in sfumature dalle cromature sempre più indistinte. La parete bianca, su cui era appesa l’opera – messa lì per distendere lo sguardo, fare in modo che gli occhi si riposino quando la incrociano nella propria traiettoria – era stata macchiata. Linee contorte seguivano un percorso immaginario che si abbinava perfettamente a quella cornice scenografica dove il nucleo della scena dominava sugli oggetti abbandonati nella camera. Si osservava tra i frammenti di vetro sezionati e quelli rimasti nella cornice in cui era incastonato, nudo, soffermandosi sui suoi peli pubici umidi e folti. Continuava a stringere il coltello nella sua mano destra (– Ora me lo taglio, giuro che lo faccio!), orientandosi con il lembo di muro in alto illuminato da un flebile raggio luminoso proveniente da chissà dove. L’aria era satura di lerciume, sporcizia e vestiti lasciati a caso, in giro, per la casa solitaria come la sua mente. Dalla radio una musica soave invadeva gli interstizi del pensiero rimasti vuoti, sembrava rinascere ogni volta che terminava l’esecuzione della canzone, senza che nessuno ci mettesse mano (­– Voglio te! Una vita! Far l’amore nelle vigne!), e ad ogni strofa il suo cuore si scioglieva dalla morsa arida del sentimento che rifuggiva. Un uccello si posava sulla finestra alla sua sinistra, mentre il suo cane (– Raffaello, vieni) si acciambellava tra le gambe stanche ed erette su cui reggeva il suo busto come da sopra due trampoli sospesi su una corda tra due scale sotto il tendone di un circo di Bucarest. Flesse il busto inchinandosi con la testa davanti, prendendo la carica, e sferrò un colpo secco allo specchio distrutto: lo schianto generò una piccola scossa percepibile nelle pareti neuronali, e una cascata di luce simile a una eruzione devastante invase l’ambiente circostante. Le palpebre chiuse, sporche del sangue che aveva preso a colare dalla fronte ferita, trattenevano quei bagliori come lanterne che orientano un fuggitivo appena evaso nel bosco oscuro in cui si ritrova dopo essere scappato. Aprì prima l’occhio sinistro, un verde ambrato dalle tinte catramate, che si posò sul mobile perpendicolare allo specchio: scorse rapidamente le tre fotografie custodite che ritraevano sua figlia, sua moglie e i suoi genitori in giorni spensierati, ingoiati dalla vegetazione, vicini a un ruscello la cui acqua trasparente rifletteva i loro volti segnati dalla felicità. Sorrisi e abbracci. Abbracci e sorrisi, per lo più. Un cielo grigio plumbeo sopra le loro teste e nubi dense affollavano quei ritratti. La musica continuava a uscire dalla radio (– Voglio te! Te! Te!), mentre le sue orecchie perdevano aderenza rispetto al volume delle casse impostato al principio (– In realtà perdevo aderenza con tutto, non esistevo più, non ero io), e il rumore amplificato della voce si insinuava all’interno del cervelletto piegando la ghiandola pineale, ormai incapace di collegare la mente con il corpo. Aprì l’altro occhio, quello destro, di un blu cobalto capace di eguagliare ogni filtro per le fotografie di qualche applicazione. Le due linee degli occhi, se si fossero incontrati contemporaneamente, sarebbero stati in grado di formare arcobaleni iridati che si stagliavano per orizzonti non ancora scoperti. Un rivolo di bava pendente dal labbro inferiore cadde sulla testa di Raffaello, il cane (– Perdonami, è un mondo cane!), come una statua solenne al centro di un museo di arte sacra. Accasciatosi al suolo scrutò nel coccio di vetro accanto a lui la sua faccia trafitta (– Bersaglio mobile di me stesso): – È tutta la vita che aspettavo questo momento, il momento perfetto. Quando ho deciso di tagliarmi l’ho fatto perché quello che provavo era insopportabile. Non posso avere tutto, tanto vale che mi estingua prima che lui abbia il pieno controllo (cosa che aveva già). Quella che sento intorno è la musica dei miei pensieri. Non c’è nessuno oltre le pareti della mia stanza, giusto questo lembo di muro illuminato dall’alto da non si sa che cosa. È la chiamata, sento che stanno venendo a prendermi… come quando aspettavo mia moglie e mia figlia dopo il lavoro e ogni tanto passavano a raccogliermi con l’auto e andavamo a casa insieme. In questa casa distrutta e devastata. Non c’è più niente, ho rovinato ogni cosa. Anzi, lui ha rovinato tutto! Questo ente disgustoso che abita nelle nostre viscere e che si impossessa delle nostre anime, facendone quello che vuole. Quando ho fatto quello che ho fatto pensavo che un giorno ne avrei pagato le conseguenze tutte in una volta, oppure gradatamente, questo sì, ma così è troppo. Dove lavoravo (una banca nei pressi del quartiere di San Lorenzo) ero rispettato da tutti, nessuno si degnava di passarmi davanti senza porgermi il saluto. Anche da chi non mi conosceva avevo considerazione. E adesso? Sono qui, nudo, mezzo svenuto sul pavimento tra il bagno e l’andito dove ho fatto appendere il quadro di quell’artista che è stata anche una mia amante: Samantha, che nome esotico… diceva di essere originaria di Santo Domingo. Non ho mai capito se mentisse o fosse sincera. Chi dice la verità oggi? Un filosofo tedesco diceva che non esiste, e io sono d’accordo con lui. Dove è situato il confine tra verità e menzogna? Fallimento e successo? Ignoranza e conoscenza? Non sono tutte facce della stessa medaglia? riflessi che, in base alla prospettiva, illuminano ampi spazi di realtà oscurata perché posizionati da una parte o dall’altra. Ho sempre letto molto per cercare di colmare le mie lacune, ma ho trovato soltanto nuovi buchi, nuove mancanze che non riuscivo mai a completare del tutto. Forse è per questo che ho commesso quello che ho commesso, perché non sono mai riuscito ad accontentarmi. Ho fatto di me stesso il metro di misura entro la quale valutare le cose del mondo, ho fatto del mio ombelico il centro dell’universo, e l’unico criterio per valutare la giustezza o meno di un fatto stava soltanto nella possibilità che la mia mente traesse un riscontro sulla base delle proprie certezze. Quando, invece, ho scoperto che mia moglie se la faceva con il mio migliore amico, che mia figlia faceva le chat online a pagamento (spogliandosi, tutta nuda!) di fronte a un’orgia di bavosi onanisti e pervertiti, non mi è rimasta altra scelta che l’omicidio rituale. La lama del coltello ha trafitto i loro cuori ormai appannati, ciechi, alimentati da qualcosa di più di grande di loro, imperscrutabile, e io sono intervenuto per salvarle. Redimere l’umanità: questa è stata sempre la mia più grande aspirazione. Il mio psichiatra mi ha prescritto un antidepressivo che dovrebbe agire sulle mie pareti sinaptiche per renderle più flessibili, meno rigide e contratte di quello che sono, dice che è l’unico modo per arginare la mia megalomania. Ma io non sono un megalomane, non lo sono mai stato. Mi sono distaccato dalle cose, defilandomi, e poi ho scattato una foto: il risultato è una composizione che non mi piace. E se una cosa non mi piace provo disgusto, orrore. Per questo sono convinto che gli esseri umani cospirino contro sé stessi, così come un paranoico è convinto di essere controllato dai poteri forti, ventiquattro ore su ventiquattro. Una strage non sarebbe la soluzione. Un rituale collettivo come quello di un omicidio compiuto tutti assieme (come quei pazzi che aspettavano la fine del mondo stringendosi per mano in notti di luna piena) sarebbe l’ennesima prova che la mia tesi è corretta. Ora, non ricordo come sia finito qui, steso a terra, in mezzo al sangue, con questa canzone che esce da un luogo misterioso, so soltanto che tornavo dal lavoro e ho visto dall’altra parte mia moglie che si scopava Alessandro in macchina. Loro non potevano vedermi, ma io li vedevo perfettamente. Si erano appartati e gemevano come due maiali, mentre io ero convinto di essere la colonna portante della famiglia, quello che porta avanti la baracca. Poi sono tornato a casa, ho aperto il computer e mi sono collegato ad un portale pornografico online (sì, sono diventato un consumatore abituale di pornografia da circa vent’anni, non ho mai trovato appagamento nel sesso, preferivo guardare), e chi ci ritrovo? Mia figlia… non avrei mai pensato potesse fare una cosa del genere, ha solo quindici anni! Era completamente nuda, seguiva con gli occhi una chat aperta e in base a quello che le scrivevano si rivestiva, o si posizionava in un certo modo (a novanta, per esempio), poi ballava, si masturbava, insomma faceva tutte quelle cose per cui pagavo anche io per eiaculare il mio liquido madreperlaceo e grigiastro, trasparente come il fiotto di una cascata cristallina e limpida. In quell’esatto momento ho capito la mia missione: profanare la sacra famiglia. Estirpare il male alla radice, per mettere ordine al tempo, ristabilire secondo necessità il dispiegamento degli eventi. Ho aspettato mia moglie, erano le tre del mattino. Mi sono nascosto dietro la porta del bagno, appena ha aperto la porta le sono saltato addosso. Le ho tappato la bocca e reciso la gola, gettando il suo corpo nel cesso come si fa con le carcasse degli animali da macello. Poi sono andato in camera di mia figlia, con il coltello tra i denti, insinuandomi tra i corridoi limitrofi e scorrendo con le dita i quadri appesi alle pareti, per lo più stampe che riproducevano quadri famosi (come Il trionfo della morte di Peter Brueghel e La vocazione di San Matteo del buon Caravaggio), soffermandomi in particolare su un dipinto crepuscolare che ritraeva un eremita, chiuso nel suo solipsismo parossistico all’interno di una stanza gigantesca assorta nel buio totale, ma la cui testa e il corpo spiccavano come una torre su di un mare agitato. C’erano dei libri dimenticati su un tavolino vicino, prima di oltrepassare quella soglia che divideva la mia profanazione dal resto; trattenni la mia smania di omicidi aprendone uno a caso, il titolo recitava: Homo sacer. Cascava a pennello. È tutto già scritto, ogni evento è la costellazione di miriadi di stelle collegate tra di loro. Quello che stavo compiendo era il grande salto dalla teoria alla pratica, stavo colmando lo scarto che separa la teoresi dalla prassi, l’applicazione del marxismo su scala mondiale (sì! Perché il nostro microcosmo è lo specchio di infiniti mondi che si aprono paralleli, sovrapponendosi in miliardi di dimensioni plurime ecc.). Ho letto qualche pagina, scorso le sue sottolineature, mi sono impressionato per la sua calligrafia irritante, e riposto quel triste volume. Era l’edizione Einaudi, altri tempi. La notte stendeva il suo manto da fuori la finestra, dove scorgevo prima di entrare nella stanza, un nubifragio di portata biblica, come l’invasione delle cavallette nel film di Malick. Un altro segno che la profezia si stava auto avverando, non c’erano più scuse. Sono entrato e l’ho vista con le gambe aperte, in mutande. Stringeva tra le mani un libro che si era dimenticata di appoggiare sul comodino prima di addormentarsi. Era un Adelphi, forse di quelli della Piccola biblioteca, di Flaiano, boh, qualcosa del genere. L’ho toccata dappertutto, volevo trattenere nel ventaglio dei miei ricordi quel corpo che io stesso avevo generato, per riaprire i cassetti dove la sua immagine si sarebbe depositata per il resto dei miei giorni. Le ho trafitto il cuore come un vampiro. Un gemito, istantaneo, accompagnò quel moto di dolore. Ho sferrato un’ulteriore coltellata, per assicurarmi che fosse morta sul serio, e la mia vista si è annebbiata. Avevo assunto dosi eccessive di morfina, lo stordimento era diventato insopportabile. Sono crollato a terra e mi sono spinto verso la camera dove mi ritrovo ora disteso sul pavimento sporco. Ho strappato di dosso quello che rimaneva dei miei vestiti, e la luce dentro la mia testa si è spenta. Ora aspetto soltanto che qualcuno si accorga della strage e venga a raccoglierci per buttarci da qualche parte, magari andrò in qualche comunità di recupero, come quella di San Patrignano, e legato o incatenato da qualche parte, rinascerò con nuove ali, spiegandole al vento e seguendo il filo dei ricordi delle vite precedenti, reincarnandomi infine in un bruco che non conosce ragione né sentimento. Sono il prodotto dei miei fallimenti. Questo è tutto – disse, mentre qualcuno dall’altra parte bussava con insistenza, come se volesse buttare giù la porta. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto riuscì ad aprirla: – Beh, Stefano! Come ti sei ridotto… Hai esagerato anche questa volta vero? Se non ci fossimo io e tua figlia saresti già all’altro mondo. Vieni che ti porto a letto e ti preparo una bella cioccolata calda – disse Alessandra, e il giorno ricominciò scandendo il suo ciclo perpetuo.


Omar Suboh

Redazione

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