I primi uomini

Lothar conosceva molto bene gli aeroplani, molto meglio di me o di Pepi: non si limitava a distinguere i bimotori dai quadrimotori, né era capace soltanto di affermare se fossero tedeschi o americani guardandoli solcare il cielo azzurro e lasciandosi alle spalle quelle buffe scie bianche che segnavano il loro passaggio, come se servissero per ritrovare, percorrendole a ritroso, la strada di casa. No, Lothar, stando semplicemente seduto sul suo letto in camera nostra, poteva dire, al primo accenno di un rombo lontano che si perdeva in un sospiro distante e socchiudendo leggermente gli occhi, se fosse nostro o nemico, e che aereo fosse, e a volte si azzardava persino ad indovinare dove fosse diretto e da dove tornasse.

Sapeva dire se era carico o vuoto, e prevedere, sollevando in aria con un leggero movimento l’indice della mano destra come a chiedere silenzio prima di pronunciare una parola importante, se la contraerea l’avrebbe abbattuto o se invece ce l’avrebbe fatta, superando le Alpi con poderose virate tra gli scoppi dei tiri d’artiglieria. Lothar sembrava toccato dal miracoloso dono della preveggenza, sembrava essere una figura mistica e sacra, un indovino dei consacrati tempi antichi, capace di trarre presagi e oroscopi da stelle turbinanti di fuoco e da viscere di titanio e acciaio; era l’augure, il Messia pagano di un nuovo, allucinato culto oscuro.

          Mio fratello Pepi e io ammiravamo Lothar, lo guardavamo con lo stupore misto di quell’ invidia inconscia che hanno solo i bambini. Solo loro, infatti, si accorgono della capacità di chi riesce a strappare sé stesso dalla povertà di qualsiasi talento per rivendicarsi ad un mondo nuovo, diverso, un mondo dove si conosce e si può insegnare qualcosa, con la semplicità che solo nel cuore puro di un bambino può risiedere, senza mutare in noia o maliziosa superbia. Si calava in una veste di imperscrutabile saggezza, nella maschera di un onirico sacerdote. Questo era mio fratello Lothar, almeno per come io lo ricordo: a modo suo eroico, nobile, solitario.

          A Pepi non interessavano gli aeroplani, e nemmeno a me. Ma quel pomeriggio era destinato a tramutarsi in un momento speciale che non si sarebbe limitato a segnare leggermente le vite di noi ragazzini, ma si sarebbe spinto oltre, tracimando in un’estatica esperienza che a lungo in molti avrebbero ricordato e con illusa vanteria si sarebbero prodigati a raccontare negli anni successivi.

          Ricordo che era un chiaro mattino di una primavera giunta in ritardo; non saprei direi con precisione che anno fosse, so solo che la guerra stava ormai volgendo al suo termine, trascinandosi dietro il pesante fardello di deluse speranze di vittoria e di pace. La sirena aveva tuonato per una buona mezz’ora, fischiando a pugnalare l’aria con il suo orribile sibilo acuto, ma in noi trovava l’indifferenza quale unica possibile risposta. Sapevamo che gli stormi di aerei che passavano in formazioni ordinate sopra Bolzano erano diretti a bombardare le città della Germania e non erano intenzionati a sgravare i loro ventri appesantiti dagli ordigni sulle poche fabbriche della città o sugli alpeggi e i masi delle valli che la chiudevano. La contraerea non mancava però di dare sfogo a qualche salva contro gli aeroplani che puntavano al di là delle Alpi.

          Quel mattino ero in casa con i miei fratelli: mamma era fuori, a procurarsi i pochi viveri che la tessera annonaria concedeva, papà lontano, chissà dove, nelle fangose steppe della Russia presumo. Non sono mai riuscita a saperlo, e d’altronde lui non ha più fatto ritorno, quindi la questione ha un’importanza tutto sommato relativa. Quel mattino i miei fratelli e io eravamo a casa: doveva essere un fine settimana, altrimenti saremmo stati a scuola. Dormivamo tutti nella medesima stanza, Pepi e Lothar in un letto a castello, alto, in chiaro legno di abete, io in un piccolo letto sotto l’unica finestra che dava sul verde scampolo di un giardino dove sbucavano dalla terra rape e patate magre. Lothar, sul ripiano inferiore del letto, leggeva avidamente un romanzo d’avventura con gli occhi spalancati nella loro febbrile corsa di riga in riga; Pepi, sopra di lui, fumava svogliato una sigaretta, buttando il fumo fuori delle narici in volute dipartite, sputacchiando ogni tanto sulla punta delle dita i rimasugli di tabacco che gli restavano tra gli interstizi dei denti larghi e ingialliti. Io penso stessi disegnando, poiché così all’epoca occupavo gran parte del tempo che altrimenti era destinato a scorrere vuoto in una noia avvelenante.

          Lontano si udì un fioco sussurro, un rumore che inizialmente somigliava a un brusio e si faceva, a mano a mano, sempre più vicino, più cupo, diventando un ronzio allucinato: la sirena antiaerea squillò, penetrando le porte delle case, fracassando improvvisamente la quiete dell’aria del mattino, il silenzio addormentato delle vie e delle piazze, svegliando all’abitudine della guerra chi della guerra cominciava a dimenticarsi. Lothar aveva già capito, schiudendo appena gli occhi, prima ancora che la sirena cominciasse il suo latrato infernale. Senza muoversi, senza abbassare la testa verso di lui ma continuando a fumare con disinvolta accidia Pepi gli disse:

          «Americani?»

          «Sì», gli rispose Lothar, che aveva ripreso a tuffarsi nelle avventure del suo libro.

          «Pieni?» fece di nuovo Pepi.

          «Pieni»

          «Modello?»

          «B-25, due motori».

          A questo punto Pepi, come recitando la parte di una commedia che sempre si ripete uguale a se stessa senza la minima variazione del dettato e del gesto, balzò con inaspettata agilità giù dal letto e disse con scarsa convinzione:

«Andiamo a vederli».

          E andammo tutti e tre a vederli. Incontrammo la mamma che rientrava trafelata con le sporte della spesa, scarmigliata e con il viso chiazzato di vistose macchie rosse, tutta ancora presa dalla foga della corsa verso l’usato riparo della nostra casa. Ci guardò trasecolando e abbaiò rabbiosa:

«Dove andate?!»

Lothar rispose con un’ingenuità spontanea, come se si trattasse della cosa più naturale al mondo:

          «A vedere gli aeroplani passare»

          «Siete forse impazziti?!» gli disse lei, dopo un’inebetita attesa di qualche istante, che certo si protrasse per ere nella nostra percezione, perché ormai tutto il dialogo sembrava ridursi ad un’assurda perdita di tempo: gli aerei erano là fuori, presto sarebbero passati con i loro roboanti ronzii, e noi ce li saremmo persi. La mamma fissava con sguardo folle gli occhi scuri di Lothar, che cercò spazientito di tranquillizzarla:

          «Stai tranquilla, mamma, vanno a bombardare la Germania. Qui ci passano e basta». Non attese nemmeno la risposta di nostra madre ululante di disperazione: in pochi istanti eravamo fuori di casa, Lothar che trotterellava con le mani affondate nelle tasche dei calzoni corti, io che arrancavo con le gambe corte dietro di lui, cercando di stare dietro al suo lungo passo, Pepi dietro di me, che avanzava sonnacchioso con la sigaretta spenta che penzolava dal labbro inferiore lasciando cadere a terra un po’ di tabacco secco e scadente.

          Scendemmo lungo le strade sterrate che costeggiavano i prati: le mucche erano state tutte portate al sicuro, dentro le stalle, e i contadini, con le maniche delle camicie rimboccate sulle braccia nodose e folte di peli e le mani appoggiate sui fianchi o sul ligneo puntale di un forcone, ci guardavano divertiti passare, scuotendo la testa in segno di biasimo scarsamente convinto.

          Scivolammo, scherzando tra noi, tra i fiori dei campi, penetrando per un breve tratto nel folto di una ombrosa macchia boschiva, risbucando poi fuori alla luce pizzicante del sole: davanti a noi si apriva il dolce declivio di un colle che si incontrava con l’imboccatura della valle che alle spalle era cinta e protetta dagli aguzzi profili dei monti che si ergevano sulle loro radici di pietra fino a gettare al cielo un arrogante sguardo di sfida. Sedemmo accaldati sulla morbida erba scaldata dal sole: Pepi era sdraiato sulla schiena, una mano dalle dita strette posta sul viso a riparo degli occhi scuri dal sole. Lothar masticava lentamente un filo d’erba giallastra e secca e attendeva speranzoso in mistica estasi l’apparizione dell’augurio divino. Io ricordo sedevo con le gambe incrociate, strappando margherite nell’attesa che pareva infinita.

          Poi apparve. Un uccello enorme bardato di metallo, che strideva orribile gridando un indicibile dolore con le sue giunture d’acciaio, un enorme mostro chimerico dipinto in verde. Lasciava dietro di sé un turbinante sciame di fumo nero: la contraerea l’aveva colpito! Lothar si alzò con uno scatto animalesco in piedi: non si spostò, non corse incontro all’idolo fiabesco, non disse nulla, solo con il lungo dito della mano destra ne seguì il volo folle e disperato, disegnando un’invisibile linea che vaticinava muta dove il prodigio sarebbe andato a schiantarsi, avvitandosi in una vorticosa picchiata e fendendo di frastuoni l’aria con le sue immani ali, correndo al disastro con un ultimo disperato viraggio, con una disattesa speranza di salvezza.

          Molte altre volte avevamo visto e sentito aerei cadere: avevamo sentito il lento danzare verso terra delle bombe lontano, e avevamo visto gli acuminati lampi delle mitragliatrici della flak sprizzare in mille impazzite direzioni. Non ci sorprese vedere l’aeroplano schiantarsi contro il fianco ostile e sporgente della montagna, infrangersi nel riverbero del sole in cristalli di fuoco che scintillavano toccati dalla luce in continui baleni sciabolanti, esplodere scrollandosi di dosso le carcasse d’acciaio che lo imprigionavano, gridare, urlare, baccagliare sfiatandosi, piovere con arroventato sibilo scoppiando in uno sferragliante turbinio iridescente di fiamme. Un’enorme guizzante vampa di fuoco si era liberata dalla carne metallica dell’animale. Non ci stupì, non ci impressionò: era una straniante e distorta normalità. Lontano, si aprì un paracadute, un isolato ciclamino innocente sbocciò bianco e ricadde perduto oltre la cresta del monte.

          Quanto accadde dopo ci sorprese, mescolando nelle nostre anime stupore, paura, meraviglia. Due uomini erano sopravvissuti allo schianto terribile; emergevano sanguinanti dal fragore e dal turbinare del fumo. Uscirono sudati dalla pancia dell’aereo con dolorosa e prodigiosa fatica, cruentemente partoriti, strisciando tra le contorte lamiere. Due aviatori, due americani, diversi dagli eroi che immaginavamo, dagli atleti abbronzati con bianchi denti sorridenti e occhi azzurri. Dallo scheletrico carcame del velivolo sbucarono impauriti due neri. Non ne avevamo mai visti, solo al cinema, nei ruoli di malvagi e sanguinari cartaginesi, in un vecchio film in bianco e nero di cui non ricordo il titolo. Pepi sembrò cominciare ad assaporare un po’ di interesse, mentre per tutto il tempo dello schianto aveva distolto lo sguardo sbadigliante. Lothar tremava. La mia bocca era spalancata a mostrare, con la sorpresa energia e forza delle mascelle, il mio sbigottimento. Gli aviatori si guardarono attorno, poi l’un l’altro, infine i loro occhi si posarono su di noi: rigagnoli di sangue colavano lungo le tempie di uno, mentre l’altro si teneva il braccio sinistro tinto di scarlatto con la mano destra. Indossavano cuffie e occhialoni tirati sopra la testa, giubbotti di pelle marrone, tute blu e guanti impellicciati. Ci inquietavano, al tempo stesso affascinandoci, quei volti scuri e camusi, gli occhi neri e pungenti, quelle labbra tumide: tutto sembrava perdersi in un incanto inspiegabile e inconsapevole, in una fiabesca atmosfera di nuovi eroi e demoni, di miti perduti e dimenticati che eternamente ritornano. Nessuno disse nulla, nessuno fece una mossa. Lothar smise di tremare e guardò con gli occhi scuri che scintillavano i grandi revolver neri che pendevano al fianco destro dei due piloti. Io osservavo sulla carlinga il grottesco disegno di una donna nuda dalla vita in su, con fianchi soffici e ampi e grandi seni floridi: ricordo che mi imbarazzai incuriosita, alla vista dell’immagine che ancora danzava immota tra il morente brandeggiare delle fiamme che irradiavano le loro ombre sulla scritta in corsivo Eva, dipinta con un vivace fiotto di vernice scarlatta. Certo il nome del mostro titanico.

          Uno dei due neri si avvicinò a Lothar, che non distoglieva lo sguardo dalle pistole se non per inviare qualche occhiata furtiva e circospetta ai due. Pepi fumava. L’aviatore americano si scostò da Lothar, attirato dalla chiarescente brace della sigaretta, e chiese a Pepi ad ampi gesti di cedergliene una. Mio fratello sulle prime non capì, poi ne sfilò un paio con accurata grazia dalla tasca, schiacciate e stropicciate, e le diede agli americani. Presero a fumare a lente e aspre boccate.

          Il tempo scorreva lento e silente. I due americani sedevano a terra fumando: quello ferito al braccio aveva frequenti brividi che lo scuotevano per tutta la lunghezza del corpo massiccio e sembrava sul punto di svenire. Lothar ispezionava interessato e con critico sguardo d’esperto i resti dell’aeroplano. Pepi socchiudeva gli occhi infastidito dal leggero brillare del sole e aveva smesso di fumare. Io mi perdevo nel sognato incanto della natura intorno a me, ormai indifferente e sbuffante alla novità non più nuova dell’uomo nuovo che avevamo incontrato. Eravamo tutti in attesa, in attesa di un ominoso auspicio, di creazione e di distruzione, di tutto e di nulla.

          Una camionetta del Reggimento di polizia “Bolzano” ci raggiunse sobbalzando buffamente sulle gibbute imperfezioni del terreno: una decina di uomini delle SS scesero sbraitando e spianando le armi su di noi, intimarono la resa ai due nemici e li catturarono. Uno era svenuto, o forse morto dissanguato, non potei vederlo perché i soldati e i poliziotti si chiusero attorno a nascondere in un nuovo mistero ciò che prima era stato chiaro e aperto davanti ai nostri occhi. Scortarono via i prigionieri. Noi fummo gentilmente riaccompagnati a casa, dove nostra mamma ci aspettava disperata: fu sollevata e furibonda assieme quando ci vide. Dopo una magra cena, di nuovo in camera nostra, Pepi fumava distrattamente sul letto e Lothar leggeva voltando con impressionante rapidità le pagine unte e ingiallite del suo romanzo. Io provavo a disegnare quello che avevo visto. Ma, per non so quale eccitata nebbia che obnubilava la mente e ottundeva i ricordi, avvolgendoli in infinite spirali di grigio oblio, in quel momento non ci riuscii.


Leonardo Calini vive a Bergamo, dove è nato nell’autunno del 1995. Ha studiato presso il liceo classico della sua città, dove ha svolto qualche supplenza, e presso l’università degli Studi di Milano, dove si è laureato con una tesi in letteratura greca.

Redazione

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