Il nano

Non riuscivo ad avere certezza di niente. Ero quieto, tranquillo.
Che ore fossero lo immaginavo: le due, le tre del pomeriggio. Ma non mi alzavo. Lo sapevo che stavano là fuori e volevo che schiattassero. Erano venuti a prendermi? Che aspettassero.
Sentivo in maniera confusa di avere altro da fare, qualcosa di impellente che però non riuscivo a focalizzare. Per quanto mi concentrassi, il cervello era come annacquato: il circuito focalizzante delle idee, l’atto sinaptico, il ganglio cerebrale nucleico fondamentale perdeva colpi; giravo in tondo intorno al vuoto, eremita pazzo che predica a una formica nel deserto, ed ero io, il mio cervello, il deserto, il vuoto, la sabbia, qualcosa che non riuscivo a spiegarmi del tutto.

Mi perdevo in questa o quella specie di ragionamenti vaganti, circumnaviganti, andanti, ma sempre stando nello stesso posto, un posto dal quale non mi avrebbe schiodato nessuno, come una bara, una cosa insostenibile che mi dava un senso di fastidio, ma fastidio per che cosa? Che poi pensandoci bene mi veniva in mente solo l’immagine di una vasca di plastica azzurra colma d’acqua ferma, all’ombra, su un terrazzo che dava a sua volta su un giardino, e un’ombra scura, un’immagine che non riuscivo a localizzare, a focalizzare, a determinare, mi distraeva, non potevo percepire la presenza di quelli che mi aspettavano, là fuori.

Qualcuno forse stava piangendo, qualcun altro stava forse imprecando contro la sorte porca, qualcun altro ancora, mentre mostrava una faccia compunta messa su per l’occasione, segretamente si rallegrava di essere ancora vivo, lui… Nessuno immaginava che gli stronzi erano loro e non la sorte; sì, loro, tutti impeciati e rigidi, come cazzi in erezione bloccata, tutti compunti e lucidati dalla pioggia come cefali sul banco. Insomma, quelle minchie di mare stavano fuori ad aspettarmi.

Era una cosa eccezionale, il mio funerale, ed era eccezionale per la maniera in cui mi ero ammazzato. Mi ero voluto prendere la mia bella soddisfazione, almeno da morto, poiché da vivo ero stato una nullità, uno zero per tutti. Ero stato il gobbo del paese per quarantacinque anni.

E forse solo la mia povera madre avrebbe potuto amarmi sinceramente, se non fosse morta dandomi alla luce. Ma la rivincita, alla fine, me l’ero presa. Io, Silvestro Padricelli detto Maciste, avevo fatto venire in paese anche le televisioni private. Impiccato nudo, e morto con il cazzo tosto. Era una scena che un operatore di Tele Pozzo nero International News non si era voluta perdere. E io ero stato immortalato per sempre, con la mia mostruosa proboscide eretta, per la gioia di tutte le femmine, ma anche per la loro disperazione. Povere stronze! Mi avevano sempre evitato, ma avevo forse colpa, io, di essere nato così deforme, e così osceno all’altrui vista? Che poi chissà quante, mentre si sollazzavano con l’amante o il marito di turno – troie perverse – ci pensavano alla mia deformità… Dovevano figurarselo, il mio cazzo, scopando maschi ignari, lascive, golose, bellissime. Magari s’immaginavano di fare un grandissimo bocchino a Maciste, il nano, il paria, il miserabile, l’impiccato, il disperato, il mandato affanculo in eterno e sfanculante per l’eternità, il superdotato ignoto, il più gran cornificatore virtuale mai esistito a Cacastreppa! L’essere più storto e schifoso di tutto il paese.
Era la mia vendetta, ed era diretta proprio a loro, a quelle porche e sporche e bellissime troie che avevo desiderato per tutta la vita e solo avevo annusato, lurido cane bastardo, le scie dei loro stucchevoli profumi quando mi passavano davanti, mentre fingevo di fare lo stronzo con qualche poco di buono che mi degnava della sua compagnia, seduti fuori dal bar a parlare di stronzate, mentre le loro gambe, i loro culi, le loro mammelle pesanti e morbide dai capezzoli a punta, mi passavano davanti e mi facevano sbattere il sangue nelle vene e sobbalzare il cuore. Ce n’erano di quelle che avrei volentieri frustato e posseduto con la furia delle bestie quando si azzuffano in guerre territoriali, e avrebbero così finalmente goduto, cosa impossibile con i mariti grassi e inerti. Ah, porche! Perché mai avrei dovuto passare un istante di più su questa lurida terra a desiderare il solo piacere di un bacio a una donna stupenda e svergognata, quando perfino il semplice contatto di una mano femminile mi era negato?

Ed eccomi qua. Morto, cadavere, finalmente in pace. Fuori pioveva, ma non era più il tempo di quelle piogge dell’infanzia che davano un nuovo nitore al mondo.
Questa era una pioggia lurida, allucinante, che scioglieva la terra incrostata sulle case, sulle cose e sugli uomini, e ne faceva un fango sottile e schifoso, sul quale scivolava l’umanità lurida che avevo abbandonato per sempre. Mi abbandonavo alla dimenticanza, in ripida infinita discesa. Le voci là fuori si affievolivano, come si allontanassero, però lo sapevo che non

loro ma io, ero io ad allontanarmi.

D’un tratto sentii che erano entrati in quattro nella stanza: sollevavano la bara per portarmi fuori.

«Non pesa niente!», fece uno.

«Sì, ma adesso facciamo la faccia seria!» aggiunse un altro.
Per conto mio, dal nulla in cui ero, non potetti sputargli in faccia. Era proprio finita.


Antonio Giugliano ha pubblicato i romanzi “Love kaputt” (2017) e “La valigia del venerdì” (2020). Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati da diverse riviste letterarie online e in alcune antologie cartacee. Per febbraio 2022 è prevista l’uscita del suo romanzo inedito “Topi” presso l’editore Writeup Books.

Redazione

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