La casa bianca

Il paese si chiamava Castello, una piccola frazione tra le colline faentine. Negli anni avevamo preso l’abitudine di chiamarlo Castello Rock, ispirati dalla mitica Castel Rock dei romanzi di Stephen King. Ci arrivammo intorno a mezzogiorno. Il sole era alto e sprigionava una luce intensa, quasi feroce. Dalla morte di Vittoria erano passati quattro anni e nessuno aveva più parlato di tornare a Castello prima che fosse Alberto ad accennarlo.

Il mondo gli si era sgretolato sotto i piedi quando la figlia era morta. In un certo senso il mondo si era sgretolato per tutti noi. Prima di allora, quell’appuntamento era l’evento più atteso dell’anno. Da quando avevamo la patente ci andavamo ogni estate per tre giorni. Un bel po’ di tempo visto che adesso eravamo tutti sopra la quarantina. Alberto aveva questa casa fuori dall’abitato, che si ergeva solitaria e bianca sopra una salita. L’appuntamento era per soli uomini: interdetto alle ragazze quando eravamo giovani, interdetto alle famiglie ora che lo eravamo meno. Una regola aurea a cui non avevamo mai trasgredito. Per noi quella casa isolata era una sorta di ultimo rifugio. Un luogo dove essere liberi, dove raccontarci senza inibizioni e paura di essere qualcosa di diverso da noi stessi. C’era anche un certo machismo, un cameratismo autocelebrativo tipico degli uomini quando si radunano tra loro, ma non era il leitmotiv dell’incontro. Certo affiorava con prepotenza quando facevamo battute o si parlava di donne, ma il vero collante, il tema sottostante a ogni pensiero e gesto, era la nostra amicizia. Un sentimento che aveva attraversato il tempo, dall’adolescenza fino a oggi. Tranne Piantini, tutti avevamo messo su famiglia. Pianta era il single della compagnia, quello che scopava in giro. A sentirlo si faceva ancora un sacco di fica, quella giovane e soda. Mica le nostre compagne tutte sformate dalla maternità, diceva.

La casa bianca apparteneva alla famiglia di Alberto da tempo immemore. In diverse occasioni ci aveva raccontato con orgoglio le gesta del nonno, partigiano della prima ora, rifugiatosi tra quelle mura con un gruppo di compagni prima di prendere la via definitiva dei boschi per combattere i nazifascisti. Quei racconti avevano infuso qualcosa di epico e sacro a quel luogo circondato da grossi cespugli di rosmarino e ombreggiato dalla chioma del vecchio olmo al centro del giardino. Capitava, soprattutto verso sera, di smorzare il tono delle voci, nonostante, di solito, fossimo sguaiati e ubriachi, come se percepissimo una forza pulsante che veniva dal passato. E c’era sempre qualcuno che si alzava per intonare un brindisi ai valorosi partigiani e tutte le volte ero tra i primi a protendere il bicchiere. Il mio però non era zelo antifascista e nemmeno un vero e proprio desiderio di commemorazione, piuttosto imbarazzo. Mio nonno materno aveva combattuto dalla parte sbagliata, tra le file della Repubblica Sociale. Buona parte della giovinezza l’avevo passata a nascondere questo fatto agli altri. Anche lì, tra i miei amici, ubriaco, mi alzavo ciondolante a brindare alla Resistenza con lo spettro di mio nonno alle spalle. Ho sempre avuto paura che le colpe dei padri ricadessero sui figli, nonostante il Vangelo affermi il contrario.

La telefonata di Alberto fu breve. Disse che era venuto il momento di ritrovarsi, di riprendere in mano Castello Rock e tutto quello che rappresentava. Ci saremmo divertiti come una volta, ne era convinto. Sembrava intenzionato a rassicurarmi sul suo stato di salute, come se ne dubitassi. Accennò a quanto la terapia analitica fosse servita e al fatto che Stefania, sua moglie, fosse contenta che ci ritrovassimo. Concluse chiedendomi di avvisare Francesco, per gli altri avrebbe provveduto lui. Mi salutò con un entusiasmo che parve costruito e risposi anch’io con un’enfasi artificiosa. Sul momento non ne compresi la ragione. Immaginai di averlo fatto per compiacerlo. Poi pensandoci bene, conclusi che andare a Castello per me aveva ancora qualcosa di profano. Dopo la morte di Vittoria, quella casa aveva assunto ai miei occhi un profilo impenetrabile, malevolo. Passai la notte cercando di convincermi che sbagliavo, che era una buona idea andare, che ci avrebbe fatto bene e in qualche modo avrebbe esorcizzato il dramma, allontanato la tragedia dai nostri cuori.

Così ci organizzammo. Prendemmo gli alcolici, la carne per la griglia, l’erba e qualche striscia di coca. A questa, da tradizione, avrebbe provveduto il Pianta. Eravamo un po’ scettici, in fondo era tanto che non sniffavamo. L’avevamo fatto sempre nelle occasioni speciali: feste di Capodanno, addii al nubilato, nascita di figli. Ma era passato del tempo ormai. Dalla morte di Vittoria le cose si erano fatte tristi, sommesse. Nessuno era stato più capace di festeggiare come si deve. Certo la vita aveva fatto il suo corso. Avevamo organizzato compleanni per i bambini, ci eravamo trovati a guardare qualche partita e il Pianta aveva scopato, ma lo spirito con cui avevamo fatto queste cose era dimesso, controllato. La scomparsa di Vittoria, la prima bimba a vedere la luce nel nostro gruppo, ci aveva segnato in maniera indelebile, come una macchia di vino rosso sulla tovaglia della festa. C’era un prima e un dopo quella tragedia. Piantini disse di non preoccuparci perché lui oltre essere il re della fica era il signore della bamba; l’avrebbe procurata della miglior qualità.

Francesco parcheggiò vicino al suv fiammeggiante del Berta, sotto l’ombra fresca di una piccola faggeta. Si lasciò sfuggire una maledizione verso la ricchezza sfrontata dell’amico medico. Lui era un insegnate, precario da una vita, tirava avanti tra una supplenza e l’altra. Ci eravamo incontrati per la prima volta quando giocammo l’uno contro l’altro al torneo diocesano. Lui, nonostante non mettesse piede in chiesa, giocava per la parrocchia del Redentore, nel quartiere malfamato della città, io, invece, per il borghese collegio gesuita. A quel tempo ero pieno di me, avevo diciassette anni e pensavo di essere una promessa del pallone. Francesco mi mise culo a terra con due dribbling perfetti e corse verso la porta con la velocità di una fuga di Bach. Non lo odiai per questo, come qualcuno avrebbe potuto pensare, ma anzi lo ringraziai. Fui svegliato dall’immodestia nella quale mi ero addormentato e accadde con una tale naturalezza che non potei fare altro che prendere atto dei miei limiti e della mia spocchia. Abbandonai il calcio quel giorno stesso.

Percorremmo la salita che conduceva all’ingresso della casa. Dal giardino giungeva un tramestio di voci familiari, su tutte spiccava gracchiante quella del Pianta.

«Starà già pontificando su qualcosa» disse Francesco saltellando sui piedi per distribuire meglio il peso dello zaino.

Sorrisi e lasciai che mi precedesse. Bussò alla porta verde sbiadita dal sole e dopo una breve attesa ci aprì il padrone di casa. Alberto indossava una camicia hawaiana inamidata e aveva in mano un bicchiere con del liquido ambrato. Un sorriso enorme gli separò il naso dal mento come un filo bianco teso da un orecchio all’altro. Prima di parlare trangugiò dal bicchiere. Era visibilmente ubriaco.

«Porca puttana, mancavate solo voi. Fatevi abbracciare!»

Si protese verso Francesco e nel farlo incespicò colpendolo al volto col bicchiere vuoto, poi lo strinse forte tra le braccia. Francesco farfugliò una bestemmia. Quando fu il mio turno, osservai bene il bicchiere cercando di schivare i movimenti sbilenchi del mio amico.

Alberto aveva una corporatura imponente che da sbronzo lo faceva apparire ancora più goffo e impacciato. Mi abbracciò e come corollario del suo affetto mi assestò una pacca alla schiena. Tentai di replicare ma tra la forza della stretta e l’odore di alcol torbato che sprigionava, mi anestetizzò.

«Cazzo quanto sono contento di vedervi!» sbiascicò.

 Gli dissi che ero altrettanto felice. Francesco, nel frattempo, si era dileguato all’interno e lo sentii salutare la compagnia. Si alzarono grida festanti e imprecazioni. Per un attimo sembrò di ascoltare ancora le nostre voci di ragazzi, l’eco spensierato della giovinezza.

Alberto mollò la presa e mi guardò.

Aveva occhi grandi, inespressivi. La chioma era folta ma i riccioli rossastri, in più di un punto, avevano perso colore virando su un biondo incerto tra il bianco e il grigio. Rughe profonde come tagli gli attraversavano la fronte. Mi parve vecchio e disperato. Cacciai quel pensiero dalla testa con un po’ di imbarazzo.

«Entriamo che ti faccio sentire il whisky più buono del mondo. Dammela a me, faccio io» oscillò verso la borsa che portavo a tracolla e allungò le mani per afferrarla. Mi scostai di lato ringraziandolo, spiegai che non ce ne era bisogno. Annuì, poi fece segno di seguirlo.

La casa bianca odorava di chiuso malgrado le finestre fossero spalancate. Mi fece impressione attraversare il salotto col camino annerito, scorgere il cucinotto e il tavolo su cui avevamo passato notti intere a giocare a poker. Quel senso di abuso del sacro che avevo coltivato dalla morte di Vittoria mi investì nuovamente. Cercai di attraversare veloce il corridoio che portava al giardino, senza voltarmi verso le stanze della zona notte.

In quella più vicino al bagno, dove chissà quante volte avevamo sboccato l’anima, c’era un letto a castello. La notte della disgrazia Vittoria dormiva sul letto superiore, sotto c’era un’amichetta di scuola. Alberto le aveva portate in collina a fare una breve gita. La bimba l’aveva pregato tante volte di accompagnarla insieme alla compagna. Sembrava che la cosa più entusiasmante per lei fosse dormire su quel letto alto. Forse le dava l’impressione di essere più grande, di fare qualcosa di trasgressivo. Alberto sapeva che era un po’ piccola per stare lassù, ma perdio c’era una paratia di metallo robusta, cosa sarebbe potuto accadere per una sola volta?

Non ci furono urla, né rumori. Fu svegliato dall’amichetta. Lo strattonava per la maglia singhiozzando.

«Vittoria è caduta e non si muove» le sentì dire.

Alberto si mise a correre, poi basta. Uno schermo nero. Lo trovarono abbracciato al corpo della figlia con le labbra cosparse di sangue. Aveva ripetutamente baciato la piccola nel punto esatto in cui si era procurata la ferita fatale cadendo. Le forze dell’ordine stabilirono che la paratia di metallo aveva ceduto per una vite arrugginita internamente. Da fuori nessuno avrebbe potuto accorgersene. Non si poteva attribuire alcuna colpa. Non era stato nient’altro che un’incidente.

Nel passaggio dall’interno all’esterno fui investito dalla luce e mi schermai gli occhi. Il giardino risplendeva. L’erba maculata dalla genzianella blu sembrava emanare luce propria e la chioma dell’olmo frusciava indolente. Gli amici erano attorno a un tavolo ricolmo di bicchieri e diverse bottiglie di vino di cui alcune già aperte. Avrebbe dovuto esserci del whisky ma non lo vidi. Poi poco più in là la c’erano gli zaini. Tra questi vi era un borsone in pelle. Aveva l’aria di essere un oggetto costoso e ne immaginai il proprietario. Esattamente come la macchina troneggiava sulle altre marcando la distanza sociale, così la borsa del Berta stabiliva le distanze in mezzo agli zaini. Mi accolsero saluti, strette di mani e abbracciai Piantini che emise un grosso rutto per intensificare la stretta virile. Posai lo zaino e qualcuno mi versò un bicchiere di vino. Lo scolai. Mi fu chiesto come stavo, come andava la famiglia, se mia figlia cresceva. Risposi e continuai a bere, avvertendo il calore e la promessa di ebbrezza insita nel vino. Smisi di preoccuparmi. Qualcuno iniziò a preparare la griglia. Alberto ci raggiunse, aveva gli occhi rossi. Sperai fosse dovuto all’alcol, ma ero sicuro che avesse appena pianto. Non volli pensarci e cercai di bere ancora di più. Poi feci in modo di perderlo di vista. Piantini si mise a parlare di figa e mi concentrai sulle sue storie lascive ridendo più del dovuto ai commenti pornografici. Il tempo passò. Una sottile linea violacea colorò l’orizzonte. Da uno sparuto gruppo di larici poco distante venne il verso di un codirosso. Francesco motteggiava Bertaccini, trasformando gradualmente lo sberleffo in una critica sociale sugli usi e i costumi del nostro tempo. Al Berta non era mai fregato un cazzo della politica e della critica sociale. Era un buon medico e questo gli bastava. Se poi poteva permettersi di stare bene e comprarsi cose di valore, pure in eccesso, era in pace con la coscienza. Provò a spiegarlo ma Francesco, ubriaco, si profuse nel tentativo di dimostrare quanto Marx fosse attuale e che tutto era uno schifo. Il medico si alzò prendendo posto su una sedia distante da tutti. Pianta stava ancora parlando, ma io non lo ascoltavo più. Con lo sguardo cercai Alberto, ma non lo trovai. Mi alzai e andai verso il gruppetto chino sulla griglia fumante dove la carne sfrigolava e la brace illuminava le ombre sempre più lunghe che aggredivano il giardino. Qualcuno parlava di quanto costasse la vita e qualcun altro di quanto il calcio moderno fosse schiavo dei soldi degli sceicchi. Alberto non c’era. Non so perché, ma iniziai a essere nervoso. Da una parte volevo trovarlo, dall’altra mi infastidiva l’idea di preoccuparmi per lui. Avrei dovuto divertirmi, non pensare a un cazzo. Fumare una canna, oppure parlare di calcio e imprecare contro il matrimonio perché uccideva il sesso. Invece vuoi il vino o il malato imperativo morale che mi ha sempre dannato la vita, entrai in casa. Una corrente sottile s’insinuò lungo il corridoio nel momento in cui lo percorsi. Mi fermai e chiamai Alberto. Nessuno rispose. Mi mossi con lentezza e circospezione. Avevo il passo incerto a causa dell’alcol. Ebbi il pensiero idiota di trovarmi in una specie di film, di quelli dove il protagonista entra e dopo avere girato a destra e sinistra si ritrova davanti a un cadavere. Provai una fitta al cuore e mi vergognai. Perché lì un cadavere c’era stato davvero. Nessun film. Mi sembrò di avere mancato di rispetto alla piccola Vittoria e sospirai una scusa. L’alito sapeva di cantina e mi punse le narici. Dal cortile provenne l’urlo di Piantini che inneggiava a sé stesso in quanto re della bamba. Seguirono applausi e versi d’approvazione. Mi chiesi un’altra volta perché fossi in quel corridoio. Il salotto era vuoto e la tenue luce del tinello illuminava una pila di piatti trasparenti come l’albume. Camminai verso la zona notte. Scese un silenzio innaturale, almeno così mi parve. Le voci e il gracchiare del Piantini sfumarono. Solo il vento agitava gli alti rosmarini che circondavano la casa e i faggi ai piedi della salita. Le foglie rumoreggiavano come sonagli. Mi feci coraggio e mi affacciai alla camera col letto a castello. Uno degli scuri era scostato. Il buio era trafitto da una striscia di luce che proveniva dal lumino esterno perennemente acceso sulla porta d’ingresso. Intravidi un’ombra inginocchiata. Sembrava una statua tanto era immobile. Sapevo già tutto. Sapevo perché Alberto era lì. Sapevo cosa avrebbe detto. Sapevo che non avrei mai potuto comprendere appieno tutto quel dolore. Avevo una figlia, ma era a casa con sua madre, al sicuro.

«Tu devi salvare sempre tutti» disse l’ombra muovendosi appena.

«Cosa ti spinge? Il tuo Dio? Non sei tu quello che crede in Dio?».

Non risposi.

Sapevo dove avrebbe portato quello strampalato sillogismo e tentai d’interrompere sul nascere la conversazione.

«Vieni Alberto, andiamo con gli altri».

«Dimmi, perché se Dio esiste ha permesso che succedesse questo alla mia bambina?»

Era la domanda che temevo di più. La domanda che mi aveva sempre arrovellato dalla morte di Vittoria.

«Io faccio schifo, sono un adulto merdoso che fa cose merdose. Inganno, bestemmio e penso prima di tutto a me stesso. Ma Vittoria? Perché Vittoria?»

Nonostante gli fossi lontano sentivo il puzzo del suo dolore. L’alito cattivo, le ascelle come soffritto rancido. Mi avvicinai. Azzardai a codificare la linea di una spalla e appoggiai una mano.

«Andiamo» dissi.

Alberto singhiozzò e il suo corpo prese a scuotersi con piccole scosse intermittenti. Mi ricordò una crisi epilettica a cui assistetti una volta. Cercai di stringerlo. Ebbi qualche difficoltà, poi si abbandonò al mio abbraccio, arrendevole e stravolto. Da qualche parte il cielo borbottò. Il tempo stava cambiando e il sibilo del vento si era fatto più forte.

Restammo così, in silenzio, a lungo. Nessuno ci venne a cercare. A quest’ora sono tutti fatti, pensai.

Le chiome dei faggi sembravano urlare.

Andrea Balzani ha quarantasei anni e vive a Ravenna. Laureato in Storia contemporanea. Nel 1999 ha vinto, per la sezione racconti inediti, il premio letterario “Percorrendo la memoria”. Nel 2001 un suo racconto è stato pubblicato sulla rivista letteraria “Tratti n°57” (Mobydick). Ha lavorato come giornalista per il quotidiano “Corriere dell’Alto Adriatico” e per alcune riviste della città di Ravenna. Dopo una forte esperienza di volontariato con la disabilità ha lasciato il giornalismo per il sociale. Dal 2007 ha svolto l’attività di educatore presso diversi centri socio riabilitativi e in un centro diurno specializzato nello spettro autistico. Oggi è insegnante di sostegno nella scuola primaria. Nella seconda metà di gennaio del 2022 uscirà il suo romanzo d’esordio dal titolo “Non si muore in un giorno di festa” edito da Morellini editore.

Redazione

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