La cometa di Montparnasse

C’erano più salme al cimitero che gente in piedi, a Montparnasse. Pensò che fosse lo stesso per ogni cimitero di ogni quartiere, i cadaveri sottoterra sarebbero sempre stati molto più numerosi di quelli che abitavano di sopra. Per questo si diceva che i morti divoravano il suolo, lo consumavano. Quando i cimiteri raggiungevano la capienza massima, le lamentele della gente per il lezzo di putrefazione e metano costringevano l’autorità pubblica a dismetterlo e aprirne uno nuovo. Pensava spesso ai cimiteri. Non che avesse scelta, da quindici anni ogni finestra dalla quale guardava affacciava sul cimitero di Montparnasse, anche se la vicinanza dei morti non la disturbava.

Si diceva che la prima area sepolcrale del Cimetière des Innocents di Les Halles fosse stata inaugurata da un sovrano merovingio generazioni prima di Clodoveo, benché la consacrazione ufficiale sia stata operata solo da Luigi VI il Grosso nel 1130. Inghiottì cadaveri per seicento e più anni, per cessare la sua attività un decennio prima della rivoluzione. Estumularono le ossa fino a un metro e sessanta di profondità e le trasportarono in delle vecchie cave di pietra. Il Cimitero degli Storpi fu aperto dal Comitato di salute pubblica nella primavera del 1793, aveva letto. Dei quattro cimiteri giacobini, l’unico ad essere eretto da zero con materiale recuperato dalla cinta daziaria. Rimase in funzione per soli quattro anni – i quattro anni sbagliati. Quattro anni particolarmente fortunati, a vederla dalla prospettiva della morte. Durante il terrore, capitò un giorno che in Place Sainte-Antoine, oggi Place de la Bastille, venissero ghigliottinate 73 persone. Era luglio e in città non si respirava. Il suolo non riuscì a drenare il sangue, un odore mefitico di frattaglie al sole spinse la gente ad abbandonare le case. Il governo fu costretto a spostare di nuovo la macchina. Entro l’anno successivo, agli Errancis erano stati tumulati oltre milleduecento cadaveri decapitati e senza nome. Quando iniziarono a rimuovere i cadaveri, per evitare la pestilenza, molti erano ancora in fase di decomposizione. Il suo, quello di Montparnasse, che forniva la scenografia di base a gran parte dei suoi sogni, aveva aperto dopo la morte di Bonaparte, come il Père-Lachaise e quello di Montmartre – i primi fuori le mura cittadine. Ma quelli non li sognava mai.

Appena le palpebre s’alzarono, la sua testolina tonda iniziò a sferragliare per ricomporre i frammenti di ciò che aveva sognato. Da un po’ di tempo si svegliava come non avesse dormito. Il sonno l’aveva ripudiata con anticipo, sputata fuori da un requiem senza note. Aveva sognato di camminare in un cimitero. Anzi, più di uno, compresi quelli che non aveva mai visto né potuto vedere. Deambulò verso la finestra per spalancare le tende e lasciar entrare la notte. La sua giornata cominciava sempre con largo anticipo rispetto ai turni di lavoro del sole. Aveva sempre la sensazione che fosse più buio di quando s’era addormentata. Poche o nessuna stella; scrutò un cielo d’ossidiana alla ricerca di uno schema luminoso. Aveva imparato da bambina a riconoscere l’Orsa minore, Andromeda, Cassiopea, Giove, Saturno. In quel periodo Venere era vespertino, non accompagnava il sole all’arrivo, solo all’uscita. Anche il buio si lasciava sfuggire indiscrezioni: sarebbe stata una pessima giornata, nuvolosa, avrebbe quasi certamente piovuto. Il vento squassava i filari di cipressi che tracciavano il profilo del cimitero di Montparnasse. Dalla finestra della camera, sporgendosi un po’ e voltandosi a destra, riusciva a intravedere l’ingresso. Sì, una brutta giornata, si disse senza sorpresa dopo aver aperto la finestra per saggiare l’aria con le narici. Non sarebbe dovuta uscire in strada, né avrebbe dovuto cercare altre risposte nel cielo. Aveva sognato di passeggiare davanti al Genio del sonno eterno e alla tomba profanata di Lamark al cimitero, inciampando per caso nel suo nome scolpito su un’umile scoglio di marmo. Nessun uomo dovrebbe mai vedere la propria lapide, tanto meno l’epitaffio inciso nel marmo, neppure in sogno. Non ricordava mai quel che sognava, riusciva solo a elaborare un’ipotesi immaginifica che poteva rassomigliarci, rendere l’idea, in base a qualche elemento superstite imbevuto d’autosuggestione. Ma le sensazioni no, quelle le rimanevano incollate addosso fino a sera. Stavolta anche le immagini. Sequenze mutilate sopravvissero anche dopo che smontò dal letto e mi mosse verso il salotto. Conosceva quella sensazione, il lascito del sogno, un momento di solito impossibile da trattenere. Stavolta, la seguiva come il gelo segue l’autunno; l’aveva percorsa tutta per intero, una scarica dalla punta dei piedi a quella delle mani, e le aveva spalancato le palpebre. Come quando si sognava la morte di un parente per scoprire durante la giornata che era morto davvero. Per fortuna i bambini erano da sua sorella, non avrebbe saputo gestirli in quelle condizioni. Si pentì subito di quello che aveva pensato, attraversata dalla colpa che solo una madre rasserenata dall’assenza dei figli poteva conoscere. Non c’erano alternative. Non li avrebbe costretti a guardare il padre diventare di pietra. Non avrebbe avuto il tempo di passare da sua sorella neanche questa settimana, ma era meglio così, in fondo. Meglio non sollecitare troppo l’emotività dei bambini.  

Una pessima giornata, non poteva essere altrimenti.

Suo marito s’era trasferito sullo sghembo sofà del salotto in un momento imprecisato della notte, senza che lei se ne accorgesse. Era sveglio, infagottato in una coperta di lana, ancora fradicio di sudore. La pelle, già irrigidita dalle cicatrici biancastre del vaiolo infantile, si scolpiva in smorfie sempre più durature. Un giorno o l’altro i muscoli del volti si sarebbero fossilizzati in una posizione innaturale, sigillandolo per sempre – quel che del sempre restava – in un ghigno irreparabile. L’homme qui rit. Sempre più simile allo sfregiato del romanzo di Hugo. Le mascelle serrate al di là della sua volontà, la bocca sigillata gli impediva di parlare. Risus sardonicus. La firma del tetano. Tre volte i dottori ne avevano predetto la morte entro quarantotto ore, lei non credette alla prima e ancor meno alla seconda – e la vita le diede ragione. 

Due piedi grigiastri sbordavano dal bracciolo dal sofà., tesi come le punte di una ballerina, le dita accavallate, contorte in un crampo perpetuo. I muscoli scolpiti nel marmo da una mano incerta. Il respiro flebile, un sibilo sfuggito a un tubo otturato. Aveva la febbre da tutta la settimana. Thierry la scorse senza poter ruotare la testa, l’orologio verticale nell’angolo segnava le quattro e cinque. Si sforzò di parlare, ma non riuscì a convertire il rantolo in fonemi. «Vuoi che ti prepari un tè con del miele?» domandò, austera e premurosa al contempo. Lui provò a scuotere la testa, alzò un braccio già teso e indicò la credenza. Lei l’aprì: il laudano era quasi finito, la notte era stata lunga. Si vergognò di aver dormito così profondamente. Riempì la teiera, l’appese al gancio nel camino e attizzò il fuoco. Versò un cucchiaino di sale di bromuro di potassio sulla tavoletta d’acido barbiturico poggiata sul fondo della tazza, poi vi versò l’acqua bollente. Promise che sarebbe rincasata con della confettura di mele cotogne. Gli raccomandò d’andarci piano. «Passerò dal droghiere prima di rincasare, Vincent ha detto di salutarti, me ne sono dimenticata. Anche due clienti ti portano i loro saluti, ma non ho annotato i nomi». 

Thierry mugugnò qualcosa alla quale lei rispose col sorriso che le avrebbe permesso di rispondere a qualsiasi domanda – e sempre nel miglior modo possibile.

Da tre settimane lo sostituiva all’edicola di Place de Rennes, a pochi passi dalla fermata del tram a cavalli, adiacente la stazione. Alle cinque meno cinque già camminava lungo la banchina del primo binario alla Gare de Montparnasse. I quotidiani, come le persone, arrivavano nelle stazioni per essere prelevati e ridistribuiti secondo un ordine prestabilito e quasi invariabile. Quasi dio stesso li avessi messi a parte del destino che gli era stato prescritto.

Il binario era illuminato dai lampioni a gas che resistevano all’installazione delle lampadine a incandescenza. Per sfamare le famiglie dei lampionai che, ad ogni crepuscolo, percorrevano le strade per accenderli uno ad uno. Ai suoi occhi, senza lumi di candele, quel mirabile mondo nuovo perdeva ogni fascino. Chiese a un facchino di aiutarla trasportare i plichi imballati con lo spago. La prima pagina di Le Siècle, in cima alla pila,tuonava ancora sugli scioperi nella fabbrica di orologi di Saint-Denis. Altre cinque operaie erano morte, dalla fine dell’estate. Colpa della tintura all’uranio usata per rendere fluorescenti le lancette, tenute in equilibrio sulla punta della lingua e appoggiate con la saliva sul quadrante prima di essere avvitate. In terza colonna, un incidente durante le prove finali di un’invenzione per il moto delle immagini di due fratelli di Besançon: un ragazzo di tredici anni era morto carbonizzato per l’esplosione di una lampada a mercurio all’interno della cabina di proiezione. 

Avrebbe avuto tutto il tempo di leggerli. Più avanti, in entrambi i sensi di rue de Rennes, le luci della stazione venivano fagocitate da un’insensibile oscurità. Il muro di nebbia fissava l’orizzonte a pochi metri dalla punta del naso. 

Una pessima giornata, doveva farsene una ragione.

I giornali cominciarono a essere venduti non appena poggiò a terra i plichi, prima che avesse il tempo di aprire il chiosco e posizionarsi all’interno con una copia de L’Illustration che avrebbe letto a singhiozzo e con eccessiva attenzione.  Con la speranza che bastasse a salvarla dal naufragare nel solito, inconsolabile ritratto di quotidianità che si spalancava oltre la finestrella. Il buio era quello di sempre, come la nebbia, il fumo, l’alone di luce ovattato dei lampioni. Eppure, non le riusciva di vederci niente di quotidiano. Niente di normale. A quel giorno mancava qualcosa, o aveva qualcosa di troppo. Cercò le differenze tra due disegni all’apparenza identici sulla pagina dei giochi del Journal des débats, sforzandosi di fare lo stesso tra la giornata che stava vivendo e ciò che ricordava di quella precedente. Abbassava la testa e riponeva le monete nei barattoli assegnati a ciascun taglio, spostava lo sguardo alla pagina che teneva aperta sulle gambe per rialzarla di nuovo al suono dello stesso, invariabile comando: Le Petite Journal, s’il vous plaît.

Il cielo si tinse di blu per un po’ prima di incupirsi nella minaccia di un temporale color antracite. Nuvole dense e rigonfie, che, per qualche motivo, le davano la sensazione di non volersi scaricare. Forse intende solo spaventarci, pensò. Sì, si disse, scivolerà sopra Parigi senza toccarci.

E così fu, non cadde più di qualche goccia e la nebbia resistette fino a dopo pranzo. Entro pomeriggio, la giornata aveva definitivamente assunto un forma non dissimile da quella precedente. Sebbene non vi fosse niente di memorabile, nulla che suggerisse il pericolo d’impatto di una cometa, la sensazione che s’era portata dietro dal sonno non intendeva lasciarla.

Alle sue spalle, all’interno del sarcofago di cemento della stazione, qualcosa di non proprio ordinario, stava accadendo. Gli inconvenienti logistici della mattinata scaricarono il loro contraccolpo temporale sugli arrivi del pomeriggio. Quasi tutti i convogli accusavano dai venti minuti alle tre ore di ritardo. Niente di straordinario, la Compagnie des chemins de fer de l’Ouest ricordava sui titoli di viaggio di non poter garantire l’assoluto rispetto degli orari indicati. E nessuno dei passeggeri se lo aspettava.

L’Espresso Cinquantasei partì da Granville alle otto e quarantacinque,  e perdette già più di venti minuti alla stazione Versailles-Chantiers. Molto meno di altri, ma abbastanza per far sentire in difetto il capo macchinista. Dopo diciannove anni d’onorato servizio in ferrovia, zelo e determinazione diventano un dovere, rammentò a se stesso Guillaume Marie Pellerin, capo macchinista della locomotiva numero 721, alla testa dell’espresso. Lasciata l’ultima stazione prima di Parigi, il macchinista fece rimpinguare di carbone la fornace. La bestia d’acciaio sfiatò inviperita, le caldaie spinte al massimo. Il fischio della macchina di Watt spinse la locomotiva al limite delle sue possibilità. Il conducente ordinò al secondo di arrotolargli una sigaretta che accese con un tizzone ardente. Una decina di chilometri a sessantacinque all’ora sarebbero bastati, concluse fra sé dopo aver abbozzato un calcolo spannometrico sulle dita della mano. Lo spostamento d’aria sollevò il berretto dal cranio all’altezza dell’abitato di Billancourt, subito prima del fiume. Oltre la Porte de Saint-Cloud il bestione non era più in grado di controllarsi. Il freno pneumatico Westinghouse fu il primo a saltare, poi quello a stazionamento. Quando il capotreno, Albert Mariette, s’appese alla leva del freno a controvapore, la locomotiva saettava verso le fauci spalancate della Gare de Montparnasse.

Il panico avrebbe dovuto dilagare come un’influenza, ma pochi colsero la natura del segnale di allarme lanciato dai treni fermi sulla rada. Non esisteva allarme concepito per comunicare quello specifico pericolo. Le persone si mossero in un moto confuso, un banco di pesci allertarti che avrebbero dovuto reagire con anticipo, se avessero saputo resistere alla curiosità di sapere a che cosa. Vide delle persone lanciarsi a rotta di collo giù per le scale dell’ingresso, una donna si fece aiutare a portare giù la carrozzina. La giornata stava finendo, sarebbe passata in drogheria e subito a casa, a controllare che Thierry fosse ancora vivo. Doveva esserlo. Qualunque cosa stesse accadendo intorno a lei, l’aveva quasi evitata. Avrebbe potuto chiudere lo sportello del chiosco e andare a casa, nessuno comprava i giornali dopo pranzo, a meno che non si fosse appena svegliato. Il pomeriggio le notizie erano già vecchie di un giorno. I giornali venivano al mondo sapendo che avrebbero incartato i carciofi il giorno dopo.  

Il fragore delle suole che impattavano sul selciato accompagnò lo sciame di grida che si levavano dal piazzale. Fece per aprire la porticina sul retro, ma il boato la frenò. Non poteva essere che un’esplosione. La locomotiva sbriciolò i respingenti e proseguì incurante attraverso l’atrio, oltre il muro di cemento e la vetrata, proiettata fuori dall’edificio come un vecchio sofà giù da un balcone. Scorticò col muso il suolo di rue de Rennes, dodici metri più in basso, disintegrando la fermata del tram e il chiosco accanto. La vettura a cavalli, carica di passeggeri, non aveva ancora raggiunto l’incrocio con rue de Vaugirard. Tutti i vagoni deragliarono dal binario, ma rimasero all’interno della stazione. Solo la locomotiva si lanciò all’esterno, per cadere a faccia in giù sulla fermata del tram.

Le Petit Journal, che lei non leggeva mai, fu il primo a pubblicare i dagherrotipi del disastro, con la locomotiva schiacciata di faccia ancora in posizione. Per tre giorni, la notizia della morte di Marie-Augustine Aiguillard, edicolante colpita da una meteora di cemento staccata dalla facciata della Gare de Montparnasse, riuscì a conquistarsi almeno mezzo trafiletto sulle pagine interne di quasi tutti i quotidiani. Uccisa da un proiettile di cemento di una tonnellata e mezza mentre si trovava nel chiosco per sostituire il marito Thierry Aiguillard, titolare dell’attività e malato di tetano cefalico Due feriti lievi tra i passeggeri, un po’ più malconci due addetti della stazione e un pompiere, ma in piedi sulle loro gambe. Persino i macchinisti avrebbero ripreso presto servizio.

Tutti i giornali certificarono che l’Espresso Cinquantasei aveva recuperato il ritardo. Il suo ingresso in stazione fermò l’orologio della sala d’attesa alle sedici e zero uno. In perfetto orario, per gli standard della compagnia.


Giacomo Cavaliere è nato a Torino il 16 luglio 1995 ed è studente della facoltà di Storia presso l’Università Statale di Milano. In passato si è occupato di esposizioni collettive e personali d’arte contemporanea, sia in qualità di curatore e organizzatore che di autore di critiche e recensioni per conto di spazi espositivi e gallerie. Alcuni sono apparsi su l’inquieto, Bomarscé, Malgrado le mosche, Narrandom, Sulla quarta corda, Waste, Neutopia, Morel – voci dall’Isola, Il mondo o niente, Blam e Spaghetti Writers. Altri sono di prossima pubblicazione. È stato membro della redazione storica di Frammenti-Rivista.

Redazione

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