La fine di aprile

Ilenia chiuse la chiamata e controllò l’ora sulla schermata del telefono. Erano da poco passate le undici. Lei e Rebecca erano sedute l’una di fronte all’altra, al tavolo del salotto. Questa era una novità, di solito sedevano sempre vicine.

Ilenia mise in bocca l’ultimo pomodorino dell’insalata e prese a masticare. Si accorse che sotto i piatti sporchi non c’era la tovaglia.

Sua sorella spinse il bordo del tavolo con un piede, allontanandosi dalla cena non terminata per raggiungere una posizione migliore per guardare la televisione. Poi chiese: “Che diceva?”

“Niente. Nulla di nuovo.”

Rebecca non aveva staccato gli occhi dallo schermo.

Ilenia bevette un sorso d’acqua e si alzò in piedi. Fece per andare verso camera sua ma il corridoio le sembrò troppo buio per essere attraversato da una persona da sola. Così si fermò e aggiunse: “Mamma e papà rimangono lì.”

“Rimangono lì?”

Ilenia si voltò verso la sorella, che adesso la guardava. Il cono di luce del potente lampadario del salotto le sembrò indiscreto.

“Sì, a dormire.”

 “E ce li fanno stare?”

“Mamma dice che gli infermieri le hanno detto che si può fare.”

“Ah.”

Entrambe, adesso, ripresero a guardare la televisione, nella quale si muovevano i familiari personaggi di una sitcom.

“Che stagione è?”, si informò Ilenia.

“La decima, penso.”

“Probabile. Dall’ottava in poi non mi ricordo molto.”

Ilenia si era avvicinata alla sedia della sorella e poi l’aveva oltrepassata per andarsi a sistemare sul divano. Dopo aver osservato le forme e i colori che si alternavano sullo schermo, si ritrovò, quasi senza accorgersene, a fissare i capelli biondi di Rebecca.

“Ci andiamo?”, chiese Ilenia

“Sì, domani.”

“Mattina o pomeriggio?”

“Domani vediamo.”

“Okay.”

Per un po’ nella stanza si udirono solo le ciarle vivaci alla televisione.

Poi Rebecca riprese a parlare: “Com’erano i pomodori?”

“Buoni.”

“Sono quelli della campagna, no?” Nella voce di Rebecca una nota troppo alta lanciò nell’aria una sottile inquietudine.

“No. Quest’anno mica li abbiamo piantati, in campagna.”

“Ah, no? Ero convinta di sì.”

Ilenia scrollò le spalle.

La puntata finì. Prime Video le avvertì che dopo cinque secondi avrebbe fatto partire quella successiva.

“Non faremmo meglio ad andare domani mattina?”, chiese di nuovo Ilenia.

“Vediamo. Forse domani proprio non posso.”

“Ah.” Pausa. “Beh, però quando torna a casa facciamo come l’anno scorso?”

Rebecca ebbe l’impressione che la sorella maggiore non avesse fatto altro che pensare a quella proposta, per tutta la sera.

“Come?”

“Come l’altra volta, l’anno scorso, quando era caduto. Quando è tornato dall’ospedale abbiamo preso la pizza tutti insieme, noi sei.”

“Ah. Sì. Quando torna, va bene.”

Dalla televisione arrivarono le ultime note della sigla iniziale.

“Perché non hanno piantato i pomodori in campagna?”, chiese ancora Rebecca. Adesso sentiva quel pensiero rimbalzarle in testa.

“Franco, il giardiniere, se n’è andato.”

“È morto?”, scherzò Rebecca.

Ilenia sorrise. “No, si è trasferito in un paese là vicino.”

Rebecca tacque. Poi continuò: “Ma i pomodori non li pianta papà?”

“Non lo so.”

“Sì! Di solito vanno lui e nonno.”

Ilenia non rispose. Qualcuno, dentro il televisore, urlò.

Rebecca riprese: “Che periodo era, l’anno scorso?”

Due enormi uova di Pasqua, ancora impacchettate nelle loro carte colorate e lucide, le fissavano da una mensola del salotto, altere nei loro piedistalli di plastica.

“Era febbraio, quando è caduto.”

“Sicura?”

“Forse gennaio. Comunque inverno.” Ilenia si sentì stanca.

“E i medici che avevano detto, l’anno scorso?”

“In che senso?”

“Che cosa aveva?”

 “Ah. Non avevano detto nulla. Non lo sapevano. Gli avevano fatto le analisi per il diabete, poi avevano visto che il tessuto cerebrale era consumato per via dell’età. Ma erano problemi che aveva già prima”, concluse Ilenia.

“Ma era svenuto così, senza un motivo?”

Ilenia posò lo sguardo sul quadro attaccato alla parete sul fondo del corridoio. Le forme conosciute si confondevano nell’oscurità. “Questo avevano detto.”

“Non sarà stata un’ischemia anche quella volta?”

“Ma anche adesso, mica lo sanno se è stata un’ischemia.”

“Ma come no?”

Ilenia tornò a guardare la sorella minore. Gli occhi azzurri di Rebecca si facevano sempre più profondi, mentre lei cresceva. “Lo hanno detto. Poi hanno fatto le analisi e mo’ non sono più così sicuri.”

“Meglio no? Voglio dire, meglio se non è stata un’ischemia.”

“Già, meglio”, annuì Ilenia. “Poi hai sentito, ieri ha mangiato. Yogurt di soia, così ha detto papà.”

Le due sorelle risero.

“Abbiamo fatto un bel danno a far conoscere a nonno lo yogurt di soia”, continuò Rebecca, col sorriso.

“Ma quando tornerà a casa gli facciamo mangiare la pizza, altro che yogurt di soia”, insistette Ilenia.

“Già.” Rebecca distolse lo sguardo.

Prime Video mostrò alle sorelle una buffa donna vestita da ragno gigante.

“E quando lo portano in clinica?”, domandò la sorella minore.

“Se sta meglio, lunedì. Nonna non è d’accordo, lo rivorrebbe a casa.”

“Beh, magari ce lo rimandano, a casa.” Rebecca sbadigliò.

“L’anno scorso i medici non volevano, ma mamma ce lo aveva riportato lo stesso.” Ilenia ora aveva ripreso a guardare le uova di Pasqua sullo scaffale e le si leggeva negli occhi un pensiero segreto.

“I medici non volevano?”

“No”, confermò la maggiore, “volevano tenerlo sotto controllo. Ma non è stato necessario. Ti ricordi, quella sera delle pizze, sembrava più in forma del solito. Quanto chiacchierava! Non chiacchierava così da tanto tempo!”

“Non so se ti sei accorta che non siamo una famiglia di chiacchieroni”, commentò con ironia Rebecca. A volte alla ragazza piaceva attribuire virtù e vizi al parentato, come se i difetti caratteriali fossero genetici. “Hai presente le nozze di diamante, ad aprile scorso? Nonno avrà parlato giusto con zio Alessio.” Pausa. “Ti ricordi che sole che c’era?” Rebecca sorrise. “È già passato un anno”

“Eh sì. Sessantuno anni di matrimonio, lui e nonna.” Ilenia aveva parlato trattenendo il fiato. Faceva sempre una certa impressione, dirlo ad alta voce.

“Nonna era tanto preoccupata, quando l’hai sentita?” Rebecca aveva abbassato la voce.

Ilenia scrollò le spalle. “È inevitabile, penso, nonna è sempre preoccupata.” Altre forme passarono veloci sulla televisione, accompagnate da uno scroscio di risate. “Dopo le nozze di diamante che c’è?”

“Non mi ricordo.”

“Le nozze di platino, dovrebbero essere, a settantacinque anni. Dove le organizziamo, le nozze di platino dei nonni?”

Ma Rebecca era tornata a interessarsi al programma.

“Va bene che non ci sarà molto da organizzare”, continuò Ilenia, “Sicuramente vorranno farla da Orazio, come qualsiasi altra cerimonia in questa famiglia.”

Rebecca rise. “Sicuramente sì.” Tacque, e per un attimo parve ancora distratta dalla sitcom, ma poi aggiunse. “È stato proprio un bel giorno, vero? Le nozze di diamante. Nonna era così felice!”

Ilenia non rispose.

“E quelle d’oro come sono state?”, chiese Rebecca alla sorella più grande, che si riscosse.

“Non te le ricordi?”

“Avevo quattro anni.”

“Non molto diverse da quelle di diamante. Sempre da Orazio. Solo che io avevo nove anni, quella volta avevo passato tutto il pomeriggio a correre nel giardino. Senza scarpe.”

Entrambe risero. La maggiore pensò che il sorriso di Rebecca fosse l’unica vera fonte di luce della stanza.

“Immagino che nonno ti avrà inseguita per tutto il pomeriggio. Odiava quando non ti mettevi le scarpe.”

Ilenia non rispose. Tratteneva di nuovo il fiato.

Rebecca continuò: “E non voleva che le lasciassi in giro per casa, e ti rimproverava perché le buttavi in mezzo al salotto.”

“Già.”

“Te lo ricordi, come diceva? ‘Sempre scalza, sempre scalzi questi piedi!’” Ci fu una pausa, mentre un pensiero attraversava gli occhi blu di Rebecca, senza preoccuparsi di nascondersi. “E poi, quando ci portava a nuoto?”

“Che c’entra?”

“Niente. Ma te lo ricordi quando mi riportava a casa da nuoto? Voleva che mi sbrigassi e invece io lo facevo sempre aspettare perché mi fermavo a chiacchierare con le mie amiche negli spogliatogli. Però mi ricordo che alla fine aveva fatto amicizia con le mamme delle mie compagne, mentre ci aspettavano. Ogni tanto le incontravo, e mi chiedevano tutte come stava nonno.”

“Certo, nonno è sempre così educato…”

“Già, credo che tutti nel quartiere gli volessero bene. Stava tutto il giorno in giro, da quando era in pensione, credo che conoscesse tutti. Ti ricordi il suo gruppo del Lotto? Quelli con cui ogni settimana si andava a giocare la schedina?”

“Quelli del tabaccaio dietro l’angolo? Sì, mi ricordo pure che qualche volta mi faceva scegliere i numeri da giocare.” Ilenia sorrise suo malgrado. “Tu eri troppo piccola. Poi hanno smesso.”

“Perché hanno smesso?”

“Non lo so. Il gruppo si è disperso. Alcuni si saranno stufati, altri si saranno trasferiti. Forse qualcuno è morto.”

Entrambe le ragazze seguirono con gli occhi il volo di una mosca che disegnava da qualche minuto un triangolo al centro della stanza.

“Ti ricordi come nonno voleva bene ad Anna?” Il tono della voce di Rebecca era basso, quasi irriconoscibile. “Sembrava quasi più amica sua che di nonna.”

“Era un po’ la migliore amica di tutti e due, alla fine.” Al pensiero della piccolissima donna che i nonni avevano conosciuto da giovani, Ilenia parve cedere. “Ti ricordi quando nonno le preparava la panna da mettere nel caffè, se veniva a trovarci? Io l’ho sempre detto che non mi piace la panna, ma quella di nonno mi piaceva.” Respiro profondo. “Ultimamente però non la fa più tanto bene.”

“Mi è dispiaciuto che non ce l’hanno detto, quando è morta Anna. Io l’ho saputo solo due anni dopo. In questa famiglia non te lo dicono mai quando una persona muore”, commentò Rebecca, per una volta senza ridere.

Ma adesso Ilenia non se ne accorse, perché i suoi pensieri erano altrove. “Anche il caffè di nonno doveva essere eccezionale. Peccato che prima che arrivasse la macchinetta con le capsule io proprio non lo bevevo.”

“Sì, mi ricordo che lo offriva a tutti, e tutti gli facevano i complimenti.” Rebecca stavolta rise, ma qualcosa le ricacciò la risata in gola. “Si ostinava a farlo come lo faceva quando aveva il bar. Non conosco nessuno che prima di versare il caffè, riscalda il cucchiaino e la tazzina con l’acqua bollente. Nonno diceva che sennò il caffè si raffreddava e gli faceva schifo.”

Ilenia percepì un argine creparsi dentro di lei. “Una volta nonna mi ha detto che quando mamma si è sposata, lui ha speso un sacco di soldi per comprare i fiori bianchi da mettere sul vialetto su cui lei sarebbe passata per uscire di casa e andare in chiesa. E quando ero piccola mi portava a giocare al parco l’estate, la mattina, e quando tornavo nonna mi faceva il bagno nel lavandino perché ero tutta zozza di terra. E io c’entravo, nel lavandino, perché ero piccola.” Fu a Ilenia che sfuggì la prima lacrima, ma non lo diede a vedere alla sorella.

“E quando ero piccola io”, continuò Rebecca, “che proprio non volevo mangiare! E nonno mi avvicinava alla bocca i cucchiaini di zucchero e all’ultimo ci infilava la pappa.” Gli occhi le si inumidirono sotto lo sguardo indiscreto della maggiore

“Rebecca”, disse solo Ilenia e abbracciò forte la sorella. Per qualche minuto piansero. Dapprima fu un pianto silenzioso, poi i timidi singhiozzi di Rebecca cominciarono a premere sul petto della sorella.

Stringendo ancora la piccola, Ilenia continuò: “Io mi ricordo di quando è morta zia Elena. Nonna dice sempre che nonno si sentiva in colpa, perché lei era la sorella minore, e sarebbe dovuta morire dopo di lui. Il loro papà aveva detto a nonno di proteggerla. Saranno dieci anni che è morta.”

“Io credo che nessuno, nessuno, c’aveva delle mani così grandi come quelle di nonno, che con una mano ti poteva sollevare, se voleva”, le rispose Rebecca.

Ilenia annuì. “Mi ricordo che quando ero piccola e mi riportava a casa, io mi afferravo con tutta la manina al suo mignolo.”

Le sorelle continuavano a piangere, ma si erano sciolte dall’abbraccio e adesso si fissavano.

Ilenia faticava a parlare. “Ti ricordi di quando nonno è caduto con la Vespa, da giovane? Era su una strada di campagna. Nonna lo racconta sempre. Diceva che all’epoca non c’erano i telefoni, e che lei non sapeva dove fosse, e che erano passate ore, e che alla fine si era convinta che era morto.”

Tacque. Lei e Rebecca si limitavano a respirare. Nessuna pensò di alzarsi e andarsene, perché in quei minuti il corridoio si era fatto ancora più scuro.

La sigla finale della puntata partì.

Ilenia fu la prima a distogliere lo sguardo. “Comunque”, disse, “se domani non puoi venire a trovarlo andremo dopodomani. E quando tornerà a casa ordineremo la pizza, noi sei.

Cecilia Cerasaro, classe ’98, nasce e vive a Roma, dove si laurea in Lettere all’Università di Tor Vergata. Appassionata di narrazioni, scrive per BombaCarta e i suoi racconti sono stati selezionati da Waste, Birò, Nessuno Legge e CedroMag.

Redazione

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