La guerra delle marmotte

Nemmeno il tempo di varcare la soglia dell’ingresso che EmmaBlumenkranz si era già sfilata la mascherina senza esitare unsecondo di più. Il fastidio degli elastici alle orecchie la tormentava ancora, pur in dose minore rispetto alla non trascurabile dose di apprensione nei confronti della situazione in generale.

Mettersi in coda fuori dal supermercato all’alba, attendere il proprio turno per entrare e darsi una mossa a comprare l’indispensabile, era stata un’esperienza tutt’altro che piacevole, ma era lo stesso sopravvissuta con successo; anche percependo attorno a sé un clima ostile, freddo, carico di nervosismo: come se da un momento all’altro dovesse scoppiare una guerra.Ogni TG a ogni ora su ogni canale di ogni rete annunciava il rispettivo bollettino aggiornando il numero di casi e decessi e acutizzando il senso d’angoscia generale che si respirava nell’aria.

Il totale dei pochi turisti presenti, rimasugli dell’ormai conclusa stagione invernale, già dimezzato nella settimana precedente all’annuncio, non aveva perso tempo a fare le valigie e svignarsela per paura di rimanere bloccati laggiù. Non che fosse poi tanto strano vedere poca vita in giro per le strade in quel periodo, ma la chiusura improvvisa di negozi e alberghi, unita al divieto di mettere il naso fuori casa se non per estrema necessità, aveva trasformato l’abitato in una città fantasma come mai Emma ricordava di aver visto in tutta la sua vita.

Una vita vissuta in quel paradiso terrestre sempre più sfregiato dalla fame di turismo che erano state un tempo quelle Dolomiti di pascoli e paesini rurali immortalate in certe cartoline d’epoca: nient’altro che briciole di ricordi sbiaditi dal tempo, a cui ripensava di tanto in tanto stendendo i panni sul balcone, nella frescura delle belle giornate soleggiate, con i canti vivaci degli uccelli e senza il ronzio delle funivie e le loro uova gialle – come le chiamava Hoepli – sospese in aria, che sarebbero state immobili per chissà quanto tempo. Quel che veramente le mancava in quei giorni però, libertà a parte, erano il suo lavoro, le sue colleghe e i suoi alunni.
«…Sì che ci abbiamo provato!» replicava Emma mentre riponeva la spesa in frigorifero, «ma in queste condizioni è impossibile, perché i bambini non prestano attenzione: se ne approfittano perché con loro ci sono i genitori e non ascoltano, si mettono a farmi smorfie e boccacce, e finisce che passo tutto il tempo a parlare coi genitori.
Un conto sarebbe se fossero delle elementari, ma all’asilo sono troppo piccoli, non si può fare; non è la stessa cosa… Eh, immagino, immagino… È un momentaccio per tutti, lo so. Speriamo solo finisca il prima possibile… Va bene allora. Certo, statemi bene anche voi. No no, ma fa niente se non vuole salutare, lascialo stare… Va bene, anche a voi. Ciao, ciao.»

Terminata la chiamata, tolse le cuffiette dalle orecchie e le poggiò sul tavolo insieme al telefono. Esaminò velocemente le buste verdi della spesa flosce sul tavolo nel caso le fosse sfuggito qualcosa.

Sussultò quando scorse, come un fantasma apparso dal nulla, la figura minuta di sua figlia in pigiama, seduta a gambe incrociate sulla panca angolare, china a sfregare con forza la matita marrone nel suo quaderno. «Oh, buongiorno amore! Scusa, mamma non ti aveva nemmeno vista. Com’è che sei già sveglia? Eh? Non ho capito.»

«Non volevo più dormire» ripeté Hoepli alzando la voce.
«Hai fame? Ti faccio i pancake?» «Sì» assentì la bambina senza distogliere l’attenzione dal suo lavoro. Dopo essere andata un momento in camera a spogliarsi, Emma tornò con indosso la vestaglia di pile viola e si mise a disporre tutto
l’occorrente in un angolo di tavolo. Prese a mescolare con la frusta l’uovo e lo zucchero nel recipiente, chiedendo gentilmente a Hoepli nel frattempo di prepararle cento grammi di farina nel misurino.
«Grazie» disse Emma avvicinandosi a scostarle la frangia nera per affrancarle un bacio sulla fronte. Nel far ciò, l’occhio le cadde sulla pagina che sua figlia proseguiva imperterrita a colorare. Di primo impatto non riuscì a mettere a fuoco e interpretare a dovere il tutto.
Un poco alla volta distinse, nella metà di foglio colorata interamente col marrone, diversi spazi bianchi collegati tra loro, quelle che realizzò poi essere gallerie. L’attenzione le cadde soprattutto su un paio di figure dentro allo spazio più grande, a sinistra nel punto in basso del foglio.
«Che bello!» esclamò. «Questi qui che sono?»

«Marmotte.»
«Ah sì? Allora sono io che sono cieca come una talpa» rise Emma. «È proprio un bel disegno, davvero bello» disse ancora mentre aggiungeva un po’ alla volta piccole dosi di latte all’impasto. «Quand’è finito me lo regali?»
«Perché?» domandò secca Hoepli, distogliendo l’attenzione dal quaderno per fissarla con i suoi occhietti verdi. «Perché mi piace. O non me lo vuoi regalare?»
Di tutta risposta, Hoepli fece scena muta e tornò a colorare.
«Ok. Se non me lo vuoi dare allora non fa niente.»
«Ma è brutto…»
«Brutto?! Ma se è bellissimo! Vorrei saper disegnare io così bene come disegni tu.» Senza ottenere la minima replica, Emma riprese il telefono in mano e si mise a controllare i nuovi messaggi su WhatsApp, in attesa che l’indicatore sul manico della padella diventasse rosso. Si mise a rispondere a tutti quei “Buongiorno” ai quali non era riuscita a rispondere prima, per poi finire a scaricare e visionare l’ennesima nuova circolare della settimana. Rimase concentrata a leggerla fino a quando Hoepli non si lamentò della puzza d’olio fritto.
«Ecco, scusa!» disse Emma abbassando la fiamma del gas. Hoepli stirò le braccia, decretando con un “Finito”, incluso in un lungo sbadiglio, il completamento della sua opera d’arte. Sua madre accolse subito quella puntualizzazione come un invito a visionare l’opera ultimata e non mancò di chinarsi ad ammirarla mentre che Hoepli riponeva una a una le matite nell’astuccio.

«Carine le marmotte viola» commentò Emma, che dopo anni di mestiere culminati col divenire maestra di ruolo a tutti gli effetti, rafforzati poi da una consistente esperienza come babysitter, aveva imparato a non correggere l’utilizzo dei colori sbagliati da parte dei bambini piccoli allo scopo di non penalizzare lo sviluppo della loro creatività; anche se Hoepli ormai faceva la quinta elementare, e la sua fantasia – a dispetto di altre sue coetanee – era notevole e
inattaccabile, in quanto continuamente stimolata dal desiderio sempre più crescente di imparare nuove cose sul mondo e dar sfogo alle proprie idee, per quanto fossero infantili. «Che cos’hanno in testa?»
«Sono cappelli militari. Tipo quello che indossava papà alla parata.»
«Ah sì, hai ragione» sorrise Emma pensando al basco del suo compagno e quanto la loro bambina avesse insistito per andare a veder sfilare il reggimento del padre lo scorso due giugno a Trento.
«E che stanno facendo? Sono tutte nelle loro tane?»

«Mh-mh» annuì Hoepli. «Sono contente perché stanno vincendo la guerra.»
«Come? Scusa amore, non ho capito: sono contente perché?»
«Perché stanno vincendo la guerra» ripeté Hoepli inforcando il primo pancake. «L’hanno scatenata perché si sono stufate.» Emma assimilò il significato dell’ultima frase con un po’ di ritardo.

«Si sono stufate e hanno… scatenato una guerra?»
«Sì.»
«E perché si sono stufate?»
«Perché ne abbiamo uccise troppe» farfugliò la bambina masticando. «L’hanno detto pure in televisione che si possono
uccidere perché rovinano i campi e fanno arrabbiare i contadini.»
«Aaah» emise sua madre tornando a versare altro impasto nella padella. «E contro chi l’hanno scatenata, la guerra? Vuoi un po’ di latte per mandare giù?» si affrettò a chiedere in risposta al tossire di Hoepli, che accettò subito l’offerta e si vide porgere, la sua tazza preferita ben riempita. «Contro di noi» riprese il discorso Hoepli dopo aver deglutito.
«Come, amore?»
«La guerra: è contro noi.» Indicò la parte superiore del foglio: un rettangolo di spazio celeste chiaro riempito da alcuni palazzi e case, realizzate in maniera rapida e approssimativa, con i masi sulle colline punteggiate di fiori identici tra loro coi petali di dimensione sproporzionata, dietro cui facevano da sfondo montagne grigie con spiazzi di neve sulle cime arrotondate. «Abbiamo ucciso troppe marmotte e abbiamo rubato tutto il prato dove vivevano» spiegò.
«Così le abbiamo fatte arrabbiare e si sono inventate una grossa bugia per farci stare tutti a casa mentre fanno la guerra e ci uccidono perché siamo troppi e siamo più di loro.»
Quella spiegazione fece rimanere Emma basita a fissare la figlia, lasciandola assorta sulle parole che intendeva rivolgerle, finché non fu avvertita dalla puzza di bruciato di un pancake non girato in tempo.
«Che grossa bugia si sono inventate?» domandò incuriosita gettando via il medaglione annerito nel cestino.
Alla domanda, Hoepli esitò. Sembrò pensarci un po’ prima di rispondere che non lo sapeva nemmeno lei.
«Però so che hanno dato la colpa ai pipistrelli.»
«Ai pipistrelli? E perché proprio i pipistrelli?»
«Perché sono brutti e non piacciono a nessuno; sono più facili daincolpare. Nessuno pensa mai alle marmotte, perché stanno quasi tutto il tempo sottoterra! Sappiamo che esistono perché ogni tanto escono e prendono il sole, ma sottoterra fanno finta di andare in letargo e passano tutto il tempo a pensare a come attaccarci perché
le abbiamo tradite quando invece noi e loro eravamo amici.»
«In che senso tradite?»
«Le abbiamo tradite! Me l’ha detto Inge che una volta erano nostre amiche, e che poi un re cattivo non le ha volute più perché secondo lui erano meglio le aquile.»
Sentendo ciò, sua madre intuì l’evidente nesso tra il frutto dell’immaginazione della bambina e la signora Inge, l’anziana vedova che abitava sullo stesso pianerottolo, a cui Hoepli veniva affidata in caso di necessità. In soggiorno teneva appeso un grande quadro ritraente una scena che ogni volta ravvivava in Emma i ricordi di un libro letto nella sua spensierata gioventù, di cui le erano rimaste impresse le parti che aveva trovato più affascinanti. Il quadro raffigurava quello che doveva essere il lago di Braies di notte, sovrastato sullo sfondo dal Sass dla Porta e la luna piena, e una barca di legno sullo specchio d’acqua carica di tante marmotte insieme a due donne, la regina dei Fanes e sua figlia Lujanta: madre e figlia, secondo il libro, attendevano l’atteso ritorno del nipote della regina, che stando alla leggenda avrebbe segnato la rinascitadel mitico regno dei Fanes. Questo almeno era ciò che ricordava Emma.
«In realtà le marmotte non sono arrabbiate» tentò di spiegare a Hoepli «perché era solo colpa del re cattivo se non le voleva più, non di tutti quanti. Lo sai… Inge non ti ha raccontato che le marmotte hanno cresciuto una principessa?»
Hoepli scosse la testa.
«E nemmeno che una volta hanno protetto gli uomini e li hanno nascosti nel loro regno sottoterra?» Ancora una volta, sua figlia fece segno di no.
«Non sono arrabbiate con noi» ribadì ancora Emma porgendole l’ennesimo pancake «perché alla fine loro si ricordano che siamo sempre stati amici… e anzi: secondo me, visto che non ci vedono più in giro saranno pure preoccupate per noi e si staranno chiedendo: “Ma dove sono finiti tutti quanti, che è successo?”
«Ma allora,» intervenne Hoepli dopo averci riflettuto, «se non sono state le marmotte allora chi è stato?»
«Non lo so, amore: nemmeno mamma lo sa. Ne vuoi ancora?»

«No, basta» si oppose Hoepli di fronte all’impossibilità di mandar giù l’ipotetico sesto pancake. Guardò il piccolo laghetto giallo paglia sul fondo del recipiente. «Posso leccare quello che è rimasto?»
«Certo» acconsentì Emma andando a prenderle un cucchiaio dal cassetto. Nello stesso momento in cui glielo diede, Hoepli finiva di staccare il disegno dal quaderno e lo porgeva a sua volta.
«Me lo regali allora?»
«Sì. Hai detto che lo volevi.»
«Grazie, amore» disse Emma sedendosi accanto a lei e baciandola, ricevendo in cambio un abbraccio dalla figlia, che appoggiò la testa al seno materno, lasciandosi accarezzare e baciare il morbido caschetto di capelli per un tempo indefinito.


Luca Mascia è nato a Velletri nel 1998. Vive a Nettuno, in provincia di Roma. Diplomato come perito informatico, ha
frequentato la Scuola Romana dei fumetti a Roma e ha lavorato come commesso part-time in una libreria per tre anni. Attualmente dedica il suo tempo libero a buttar giù idee per romanzi e racconti, nella speranza di ultimarle e magari veder pubblicate da qualche parte quelle che lo soddisfano di più.

Redazione

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