La morta della porta accanto

Io mica la conoscevo bene.

Quella Carla viveva nell’appartamento di fianco da due anni. O da tre. Da due o da tre? Allora, prima di lei in quell’appartamento ci stava Domenico, un avvocatuccio che lavorava per due lire in uno studio di pescecani in centro. Domenico era venuto ad abitare nel condominio quando Franco era ancora vivo e mi ricordo che se n’è andato l’anno dopo la sua morte.

Se Franco è morto quattro anni fa, allora Domenico è andato via tre anni fa. Quindi quella Carla viveva là più o meno da tre anni, giusto? Domenico lo aveva conosciuto, a Franco. Quella Carla invece no. Per lei sono sempre stata una vedova.

In questi tre anni non siamo mai andate oltre buongiorno e buonasera. In realtà lei ci aveva provato ad attaccare bottone. Quando mi incrociava sul pianerottolo, specie le volte che portavo Lola a spasso, mi sorrideva, o meglio sorrideva a Lola. Mi chiedeva: Come si chiama? Quanti anni ha? Di che razza è? Io glielo dicevo e allora lei chiamava: Lola! Lola! e quella scema cominciava a scodinzolare e a sorridere con la lingua di fuori. Poi dicevo: È ora di andare, di’ ciao alla signorina. A quel punto Lola la salutava con un salto e uno sbuffo e ci toglievamo dai piedi.

La volta che ho dovuto mettere Lola a dormire, quella Carla mi ha detto che le dispiaceva. Mi ha fatto anche le condoglianze. Io l’ho ringraziata, come credo si faccia in questi casi, e amen.

Non mi piaceva, quella Carla. Musona, sempre spettinata… Poi aveva questa caratteristica inquietante: riusciva a spegnere i colori. Andava in giro conciata come una tenda da circo, con sciarpe, foulard e calze rosse o gialle, ma sembrava sempre vestita di grigio. Era come un buco nero. 

Non mi piaceva, però neanche le avrei augurato di fare questa fine. Ma dico, la famiglia in questi casi dov’è? I parenti piangono e si battono il petto quando è troppo tardi, l’hanno sentito tutti il casino che hanno fatto i genitori di Carla quando sono venuti a raccattare quei quattro scatoloni, ma prima che facevano? Si vedeva lontano un chilometro che quella Carla non ci stava tutta con la testa, ma sua madre e suo padre ora urlano: Perché? Perché? Perché? Bravi, urlate. Potevate pensarci prima a farvi due domande.

In questi casi, comunque, se lo chiedono un po’ tutti il perché, ma è una domanda senza risposta, cioè una domanda inutile. Dicono che quella Carla aveva frequentato uno che poi l’aveva lasciata. Figuriamoci se una ragazza di manco trent’anni, al giorno d’oggi, si uccide per amore. Adesso le ragazze sono moderne, escono e se ne trovano un altro in cinque minuti. E fanno pure bene!

Dicono anche che non trovava lavoro. Ci credo: si era laureata in Scienze della Comunicazione. Come fai a non suicidarti, se ti laurei in Scienze della Comunicazione? Che hanno in testa questi giovani, quando si iscrivono all’università? Cos’è che vogliono diventare, “scienziati della comunicazione”?

Io lo dicevo sempre, ai miei alunni: studiate ciò che vi piace, ma fatevi piacere le cose importanti. E gli dicevo: anche se non vi piace la matematica, fatevela piacere lo stesso, perché con la matematica farete strada.

È stata una gran fatica insegnare per tutta la vita. Davvero una gran fatica. Mi dicono che oggi una come me, con la mia passione e la mia preparazione, avrebbe potuto far carriera all’università, perché ormai le donne possono fare le stesse cose degli uomini. Per me ha poco senso interrogarmi su come sarebbe stata la mia vita se fossi nata trenta o quarant’anni dopo. Tutti questi se e questi ma non servono a niente: ormai è andata così e basta. E poi a me piaceva insegnare matematica al liceo. Insegnavo ai ragazzi i numeri per salvarli da loro stessi, dai loro stupidi desideri.

Alcuni sono riuscita a salvarli davvero e sono diventati ingegneri, notai, anche se il vero colpo l’hanno fatto quelli che hanno scelto statistica, che hanno trovato lavoro in un lampo. Altri me li ha rovinati la professoressa Graziella Sferzi, quella farabutta. Io glielo dicevo: Graziella, non me li guastare i ragazzi con queste fantasie filosofiche. La realtà è la realtà e ha a che fare coi numeri e con i conti, non con le idee di Platone! E lei mi rispondeva, pimpante come sempre: Ma Annina, che dici? Guarda che in fondo anche i numeri sono idee. Infatti i più grandi filosofi erano anche grandi matematici: Pitagora, Cartesio, Leibniz…

Che tipa che era, la Sferzi. Mi chiamava sempre ‘Annina’ nonostante fossi una testa più alta di lei e pure più grossa. Lei invece era minuta, piccolina, ma quel suo sorriso ironico le dava un’aria imponente, di inespugnabilità. Una chiacchierona impenitente, per giunta! Agli scrutini si sentiva solo lei, parlava, parlava e ci faceva ridere tutti con la sua ironia. Faceva ridere persino il preside, che del resto rideva solo grazie a lei. Fino al giorno della pensione non s’è mai fatta vedere senza tacchi e senza rossetto, né con un capello fuori posto, o grigio, se è per questo. I colleghi facevano pettegolezzi, dicevano che avesse avuto tanti amanti, ma alla fine il tempo è passato pure per lei. Le dicevano: Graziella, ora che sei rimasta zitella come fai? E lei, sempre sorridente e inespugnabile: La prendo con filosofia!

Chissà che fa quella matta della Sferzi, se è ancora viva. Se la rivedessi, le direi che forse aveva ragione lei. Io non ho fatto ricerca all’università perché erano altri tempi o perché sono una donna, ma perché sono una codarda. Durante gli anni della tesi studiavo le gerarchie degli infiniti, le loro segrete relazioni. Ci sono diversi infiniti, alcuni più grandi di altri. Non riuscivo a scendere a patti col fatto che l’insieme dei numeri irrazionali fosse un infinito più grande dell’insieme dei numeri naturali. Lo capivo, ma non riuscivo ad accettarlo. Alla fine mi sono arresa proprio davanti a quell’irrazionalità infinita, talmente vasta da superare, o forse addirittura contenere, la natura. Quindi pensai: Che me ne faccio della ricerca accademica quando l’unico modo per capire i numeri è la contemplazione? In realtà, forse avevo solo paura di tutti quegli infiniti e della mia mente che osava indagarli.

Graziella, quell’adorabile farabutta col muso pittato, ha sempre avuto ragione: i numeri sono idee e le idee non sono di questo mondo e il mondo è qualcosa di orribile. Ho sempre mentito ai miei alunni. Insegnavo matematica non per lanciarli nel mondo e aiutarli a trovare una sistemazione, ma per consolarli della vita.

A me non è mai piaciuto vivere. Lo so che queste cose non si dicono e infatti io non le ho mai dette a nessuno, nemmeno a Franco. Ci sono cose proibite che non si devono dire mai. Per esempio, che ho pianto più quando ho messo a dormire Lola che quando ho seppellito Franco. Che non ricordo nemmeno perché l’ho sposato, a Franco. E che credo di non averlo mai amato, così come sono convinta che lui non abbia mai amato me. In fondo è un bene non avere avuto figli. Queste cose si pensano, ma non bisogna dirle mai. E io lo penso da sempre, che la vita non mi piace.

Da piccola, ma anche fino ai quindici o ai sedici anni, credevo ancora in Dio e lo pregavo di farmi morire. Poi andavo a dormire e la mattina mi svegliavo piangendo perché il miracolo non si era compiuto. Avrei voluto allontanarmi dalla vita che mi mette l’angoscia, non mi fa respirare, mi getta nel panico, non mi piace, non mi è mai piaciuta, mi fa schifo. Una nasce e si ritrova questa cosa ripugnante in mano, ti dicono che si chiama ‘vita’ e che è la tua vita, ma tu non sai che farci. Intanto però lei ti guarda, mentre trascorre inesorabile, e sembra dirti: fa’ qualcosa, io sono la tua vita, devi fare qualcosa! Ma tu non sai che fare e non vuoi fare niente. Vuoi solo chiudere gli occhi e non essere mai esistita.

Non l’ho fatta finita da giovane perché mi dicevano che avevo tutta la vita davanti. Lo dicevano proprio a me, che odiavo la vita, e io per giunta li stavo ad ascoltare. Pensavo che forse, quando ne avrei avuta un po’ di meno davanti, sarei riuscita a valorizzare la mia vita e allora mi avrebbe fatto meno schifo. Ma mi fa ancora schifo, anche adesso che sono agli sgoccioli. Non l’ho fatta finita da adulta per amore di Franco, o meglio per rispetto, visto che non l’ho mai amato davvero. E anche per amore di Lola e degli alunni, certo. Franco e Lola non ci sono più. Gli alunni, giustamente, mi hanno dimenticata. Anche io ho voluto dimenticarli. I primi che ho avuto saranno già sulla sessantina. Rivederli adesso che stanno invecchiando sarebbe spaventoso.

Mi inganno di nuovo. Se non l’ho mai fatta finita non è stato per Franco o per quello che dicevano gli altri, ma solo per paura. Ancora adesso, che è solo una questione di tempo, a volte mi sorprendo a domandarmi se sette piani siano sufficienti, o se il lampadario reggerebbe il mio corpo appeso. Svolgo i calcoli sapendo che non c’è mai certezza in queste cose: troppe variabili, troppa incertezza, troppo alto il rischio del fallimento. Ho sempre rimandato il momento, perché in fondo sono una codarda. Non mi è rimasta che la contemplazione di quel silenzio infinito che è origine e destinazione, talmente vasto da circondare e addirittura contenere la vita. E penso: Perché devo vivere, se la vita è solo un momento di distrazione della morte?

Il mio unico rifugio sono sempre stati i numeri, così perfetti e inodori. Indifferenti alla vita e al tempo. Superiori alla volgare realtà. ‘1+1=2’ è sempre stato vero e lo sarà per sempre, anche dopo la fine dell’universo. I numeri non moriranno mai, perché loro abitano altrove, come le idee di Platone. Ma da quando quella Carla dell’appartamento di fianco si è ammazzata, neppure i numeri riescono a consolarmi. Non riesco più a sentire la loro presenza. Sono troppo distanti e io vorrei raggiungerli. Ma non posso e rimango completamente sola.

Perché l’ha fatto? Tutti nel condominio si stanno chiedendo perché quella Carla si sia suicidata. Forse non era per il fidanzato o per la disoccupazione. Forse anche a lei non piaceva la vita. Forse quella Carla era come me, per questo non mi piaceva: perché io, in fondo, non mi sono mai piaciuta.

Carla era come me, ma era ancora più consapevole di me. Lei non abitava il mondo delle idee, nemmeno lo cercava. Non aveva illusioni. Lei aveva gli occhi inesorabilmente spalancati sul mondo. Capiva come me e meglio di me l’inutilità di tutto e di se stessa. I giovani ormai sono così: consapevoli e smarriti nel deserto della realtà. Non so come sia successa questa cosa, ma io l’ho notata anche coi miei alunni. All’improvviso, non ricordo quando, in quale anno, sono diventati tutti tristi, smarriti e disperati.

I giovani sono cambiati. Tutta la gente è cambiata. È mutata.

Per esempio, io non puzzo. Invece, quando ero piccola, le vecchie emanavano un odore disgustoso, peggio di quello degli ospedali. Era un misto di muffa, cavoli, polvere, succhi gastrici, ruggine, soprammobili dimenticati e crisantemi appassiti. Da bambina le vecchie mi facevano paura. Avevo il terrore che la loro puzza mi si attaccasse addosso per sempre e poi le loro bocche piene di denti dispari e lunatici mi facevano venire gli incubi. Io però non puzzo. Non lo dico perché magari mi ci sono abituata e non la sento più. Neanche gli altri vecchi puzzano e i bambini non hanno paura di noi. Forse si sono abituati, visto che noi vecchi non siamo più una rarità della domenica. Anzi, siamo diventati più di loro. Adesso sono i giovani che hanno uno strano odore: pioggia, plastica e benzina. Sembra l’odore della notte.

Viviamo in un mondo in cui i vecchi non hanno odore, i giovani sanno di buio e grigio, mentre i bambini sono in via d’estinzione. Non mi è mai piaciuta la mia vita, ma adesso non ho più speranze neanche per il resto del mondo.

Perché? si domanda la gente quando una persona si suicida. Nessuno si chiede mai, però, perché una persona continui a vivere. Si da per scontato che se uno è vivo voglia continuare a esserlo, ma per me è proprio questo il vero mistero. Come reagirebbe la Sferzi se le dicessi queste cose? Risponderebbe che la vita non ha senso e quindi anche interrogarsi sul senso della vita ha poco senso. Oppure, che la vita è un passatempo e che prima o poi passa per tutti. No, cara Graziella, la tua filosofia non mi consola, ma tu non puoi capirlo, perché sei sempre stata veramente viva e io, in fondo, ti invidiavo e ti ammiravo proprio per questo.

Anche quella Carla in fondo la invidio e la ammiro, perché ha fatto quello che avrei voluto fare io da sempre. Per tutta la vita mi sono fatta abbindolare dalla gente, dalle cose che si fanno e non si fanno, si dicono e non si dicono, dalla mia paura di sbagliare. Alla fine, sono rimasta viva contro il mio desiderio di silenzio. Vivere senza volerlo è un’oscenità. È come mangiare senza avere fame.

Tutte queste cose le sto capendo solo adesso. Ma questo momento di consapevolezza terribile non potrà liberarmi dalla mia prigione, perché adesso non è più adesso e io sto già dimenticando come trovare la forza per arrestare il mio tempo. Il presente è un’eternità che trascorre e trascina via anche quello che penso da sempre. Infatti adesso è un nuovo presente, una nuova infinità al cui centro ci sono io come uno zero che si rifiuta di sognare; penso solo a quella Carla, anche se mica la conoscevo bene, io.


Vincenzo Politi

Redazione

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