Le mezze stagioni

Oggi tutto questo avrebbe potuto essere tuo. E avrebbe potuto esserlo ogni giorno di più. Le cose, però, sono cambiate. E, anche se spero che tu non lo rimpianga, non è nemmeno possibile tornare al momento prima che tu partissi. Eppure oggi sei qui, a osservare la nostra casa, forse addirittura con malinconia. Come vedi non è cambiato quasi nulla, se non che entrambi non abitiamo più qui. Il colore è sempre quel tono di giallo che risplende al meglio alla fine della primavera, quando il grano è alto, ma verde. E, come vedi, anche la finestra sulla destra è ancora spalancata in cerca d’aria. Proprio da quella finestra mi hai visto pendere dal soffitto. Fuori il grano non immaginava ancora di poter diventare farina, e nemmeno tu pensavi che saresti mai diventato grande, che avresti amato chi hai amato, vissuto dove hai vissuto o fatto quello che hai fatto. La casa però ha continuato a essere gialla, imperturbabile.

Ci hanno provato tutti a convincerti che non è stata una mancanza di amore nei tuoi confronti. Ci hai provato pure tu, e forse sei anche riuscito a convincerti. Ma so che mi hai odiato. So che mi hai odiato anche per aver sposato tua madre, per aver fatto l’amore con lei. So che sei partito per quello: perché non volevi odiarla per essere stata tua madre, mia moglie. E sei partito per i campi, correndo cieco fra le piantine ancora delicate. Ne avrai schiacciate a decine, senza che emettessero alcun suono, mentre tu bestemmiavi. Non ti incolpo per aver rovinato il nostro raccolto, né per aver abbandonato tua madre. Quando si parte, e non importa per dove, bisogna mettere in conto anche che qualcuno soffrirà. Anche io l’ho messo in conto, non dubitarne mai. Ma non voglio che pensi che sia stato un gesto egoista: si parte per cambiare e per imparare. Per questo tua madre non ti ha più cercato.

Non hai fatto caso nemmeno al primo caldo dell’anno, quello che si sente solo sotto al sole, proprio tu che te ne sei sempre lamentato. Hai corso per qualche chilometro, almeno finché la sete non si è fatta sentire e lì, forse, hai smesso di piangere. Intorno a te solo un verde sterminato; sopra di te un grande velo azzurro senza alcuna nuvola. Ormai stanco, ti sei buttato a terra schiacciando altro grano e hai visto, in lontananza, le pareti gialle stagliarsi nel verde. Non so se tu abbia mai pensato a quando mi ha trovato tua madre, ma sono sicuro che, se lo hai fatto, è successo in quel momento. Sicuramente avrà pianto, ma senza fare rumore. E poi magari si sarà inginocchiata, facendo gemere uno scricchiolio al parquet antico. Non penso se lo aspettasse, né penso te lo aspettassi tu. E lo avresti visto sul suo volto, se avesse avuto il coraggio di mostrartelo. Anche tu, a lei, forse non avresti detto nulla: ti ha spesso rimproverato di essere troppo freddo nei suoi confronti, ma era sicura che stavi solo cercando di coprire la tua fragilità.

Quando ti sei svegliato ti sei guardato il braccio: i tuoi pochi peli si sono rizzati per il freddo, così come i tuoi capezzoli, che formavano due piccole cunette sotto la maglia. Hai avuto freddo, ma non avresti voluto un abbraccio da nessuno, nemmeno da me. Eppure d’estate tornavi spesso disperato dalla campagna perché il trattore si era inceppato. Arrivavi correndo, preso dalla fretta di chi sta per perdere l’autobus, e pretendevi da me che ti coccolassi. Volevi che ti proteggessi, almeno per quei pochi minuti, da un mondo che sembrava fatto per non funzionare. Quando hai imparato a risolvere i problemi da solo, mi ricordo di aver passato anche intere giornate senza vederti: uscivi la mattina con due panini, dell’acqua e un libro.

Più tardi hai continuato ad avanzare e hai visto, in fondo al campo, il frutteto della proprietà adiacente alla nostra. Un frutteto di pere e nespole, frutta matura a fine aprile. Ti avranno sicuramente fatto pensare alla marmellata che faceva la nonna, e l’avrai ricordata con la malinconia di chi non l’ha mangiata per anni, quando, invece, l’hai spalmata sul pane il pomeriggio precedente. Ti sei incamminato verso quel frutteto con lo stomaco che gridava fame e la bocca non disposta ad aprirsi. Col tuo passo svelto, hai raggiunto in pochissimo tempo il muretto di pietra intorno agli alberi. Un confine inutile, avrai pensato. Lo hai scavalcato a cuor leggero e hai raccolto qualche frutto. Ti ho visto, seduto con la schiena appoggiata alle rocce, a mangiare con sprezzo qualche nespola. Hai sicuramente pensato che la loro frutta non era abbastanza dolce. Mi chiedo ancora se hai pensato a me quella sera, magari immaginando l’abbraccio del fogliame come se fosse il mio. E mi sono chiesto anche se hai pensato a me poco dopo, quando hai visto che un geco si stava nutrendo del succo appiccicoso che si era depositato sui noccioli. Lo hai ucciso. Hai preso un bastoncino per terra, lì vicino, e gli hai bloccato la testa prima di afferrarlo e spezzargli le ossa delicate del collo. Lo hai guardato negli occhi e ti sei chiesto perché fosse così facile morire e ti sei anche chiesto perché fosse così facile decidere di una vita che non sia la propria. Non cercare in me una risposta. Non ce l’ho. E non penso sia nemmeno compito mio darti risposte: dovrai cercarle da solo, come dovrai cercare le domande.

Non so se quel geco ti abbia perdonato, ma io l’ho fatto. L’ho fatto anche quando, con devota delicatezza, lo hai legato con dei fili d’erba a due bastoncini, come fosse un crocifisso. E anche quando lo hai piantato a terra e ti sei messo a pregare per la prima volta, tu che non hai mai creduto in nulla. Forse eri anche troppo piccolo per avere fede. È giusto vivere di dubbi quando si è giovani ed è giusto che alcuni dubbi non ammettano soluzione. Come conoscere il perché del mio gesto o sapere se sia stata una mancanza d’amore. Spero che tu riesca ancora a domandartelo, senza darti una risposta.

Dopo aver vagato per la campagna è arrivato il mattino a scaldarti le braccia. Ti sei fermato in una chiesa, aperta già dall’alba. So che, dentro, ti sei inchinato davanti alla croce e hai aspettato che il Padre ti concedesse una coccola per l’ultima volta, prima che diventassi adulto. E conosco la gioia che hai provato quando un raggio di sole è filtrato dal rosone e ti ha toccato la spalla. Hai pianto, e hai pianto tutte le lacrime che non avevi pianto il giorno prima. Vedendoti in quelle condizioni, il sagrestano ha lasciato la scopa da parte e ti si è seduto di fianco. Lo hai mandato via col silenzio, ma non prima che ti dicesse che è giusto piangere: perché l’acqua pulisce, perché l’acqua purifica. Non credo tu lo abbia ascoltato, ma in fondo le frasi che suonano profonde lasciano sempre il tempo che trovano. Non sono fatte per insegnare, né per rincuorare, ma per riempire discorsi futili. Me lo hai insegnato proprio tu, che parlavi sempre in modo schietto, col tuo carattere per tutti spigoloso, ma che, per me, era solo ingenuamente forte.

 Mi chiedo sempre cosa hai detto a quel Dio quando, mentre piangevi, Lui ti ha confortato. Non posso nascondertelo: ho provato gelosia. E sono stato geloso perché tuo padre sono io: non essere stato vicino a te dopo che mi hai trovato appeso al soffitto è il mio più grande rimpianto, come forse lo è per te l’essere partito. Probabilmente, di questo, te ne rendi conto solo ora che sei tornato qui, vedendo seduta fuori una coppia di anziani che non sanno che fine abbia fatto tua madre, che non sanno chi tu sia e che non conoscono la storia di questa casa. Oggi, tutto questo avrebbe potuto essere mio, vorresti dir loro, e lo sarebbe stato ogni giorno di più, se fossi rimasto.

Guardando bene ti sembra di vedere ancora il sentiero di grano schiacciato che hai lasciato quel giorno e so che vorresti percorrerlo con i piedi veloci di quando avevi sedici anni, gridando contro il cielo e contro al vento. E mentre corri, chiedilo a loro, al vento, o al cielo che fine abbia fatto tua madre. Chiedi loro chi sei tu e pregali di raccontarti la storia di questa casa, di cosa sia successo prima e dopo di te. Ma non chiederlo mai a Dio: il ruolo di un padre non è di dare risposte, ma di aiutarti a trovare le domande giuste.

Poi, magari, fermati in mezzo al campo, stanco. Buttati per terra, schiaccia altro grano e guarda la casa. Guardala stagliarsi con le sue pareti gialle tra il verde. E continua, ti prego, a pensare quanto sarebbe bella se dipingessi i muri, ormai stanchi, di azzurro.


Fabrizio Pelli è nato il 29 giugno 2001 a Reggio Emilia. Ha frequentato il liceo scientifico opzione scienze applicate. Parallelamente agli studi, ha portato avanti anche le sue due grandi passioni: la scrittura e la musica. Durante il liceo, infatti, ha partecipato a diversi concorsi di poesia ottenendo un primo premio (Concorso Diversamente uguali, Torino) e due menzioni speciali (Concorso diversamente uguali, Torino; concorso Le occasioni, Genova). Inoltre, nell’anno accademico 2018/2019 ha frequentato un corso di perfezionamento pianistico presso la Schola Cantorum di Parigi nella classe del Maestro Maurizio Moretti. Nel 2020 si è iscritto al corso di Ricerca biotecnologica in medicina presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e, contemporaneamente, ha frequentato il corso Scrivere di notte, con Marina Mander, presso la scuola di scrittura Belleville.

Redazione

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