Un commesso

La Natura aveva benedetto Teo Scannapieco con uno dei suoi doni più singolari: un naso in grado di riconoscere i gusti letterari delle persone. Se n’era accorto per caso, all’inizio di quella fase della vita in cui sul corpo esplodono fori purulenti e pelosi e che i sussidiari chiamano “pubertà”. Quando aveva dodici anni, aveva stanato un romanzo di Dacia Maraini nella borsa della sua vicina di casa, professoressa d’Italiano al liceo che poi lo stesso Teo avrebbe frequentato. Quando lei gli chiese come se ne fosse accorto, lui rispose che aveva sentito un profumo di rose bianche e parole consolatrici per donne di mezza età; il resto, era stato istinto.

Terminate le scuole superiori, questo talento aveva consentito a Teo di trovare un impiego alla famosa megalibreria di Piazza dei Martiri. Contrattualmente era stato inquadrato come commesso, con una speciale clausola che consentiva all’azienda di decurtargli lo stipendio fino al quaranta per cento nel caso in cui si fosse beccato un raffreddore o “fosse incorso, per sua colpa, in altro incidente che ne inibiva in tutto o in parte le capacità olfattive” (articolo 6). De facto, la suamansione era quella di smistatore di clienti: il general store manager – o, come si chiamava prima di LinkedIn, il caporeparto – lo aveva piazzato all’ingresso del negozio, su una pedana in tutto e per tutto simile a quella dei vigili urbani. Da lì, Teo annusava i clienti che entravano e li indirizzava verso i reparti dove si trovavano gli autori a loro predestinati.

«Camilleri, Casati Modigliani, Elena Ferrante», sentenziava, quando gli si appropinquava qualche insegnante delle superiori.

«Murakami, Rowling, Nothomb», era invece il responso per le studentesse dell’Orientale.

«De Cataldo, Simenon, De Giovanni», suggeriva agli impiegati di mezza età che

nascondevano la passione per i gialli tra gli le pieghe dei completi grigi. L’esattezza di quelle deduzioni era sempre impeccabile: raramente un cliente si era lamentato; anzi, la maggior parte di loro trovava intimamente confortante quell’attribuzione. Sebbene spesse volte entrassero in libreria imponendosi di provare qualcosa di nuovo, l’essere ricondotti da un estraneo all’isola sicura e sempre più scarsamente popolata delle loro letture consuete li assolveva da un prevedibile commodus discessus.

L’eco del suo prodigioso talento fu tale che il Policlinico inviò un’equipe di medici per osservare da vicino quell’eccesso della Natura. A Teo fu inserita una sonda nel naso, vennero applicati degli elettrodi sulle tempie, furono fatte analisi e rilievi di ogni tipo. Alla fine, i medici dovettero ammettere che quell’olfatto straordinario non aveva altra spiegazione che la semplice statistica. Per la legge dei grandi numeri, era perfettamente plausibile che prima o poi sarebbe nato un essere umano con uno dei cinque sensi elevato all’ennesima potenza.

Pochi giorni dopo, il general store manager prese Teo in disparte durante la pausa pranzo.

«Mi hanno contattato dalla redazione editoriale», annunciò, srotolando un sorriso economicamente appagato, «vogliono scrivere un libro su di te».

«Chi vuole scriverlo?», domandò Teo.

«Come “chi”? I titolari di questo franchising! Sai che sono anche la prima casa

editrice italiana, vero?»

«Io pensavo fosse la terza».

«No, certamente la prima. Per questo non vogliono lasciarsi sfuggire l’opportunità di raccontare una storia del genere. Se poi il prodigio della Natura è anche un loro dipendente, capisci che è un attimo fare due più due».

«È chiaro».

«Bene. I capi vogliono incontrarti al più presto, e per non farti perdere preziosi giorni di lavoro, invieranno uno dei redattori a Napoli la settimana prossima. Va bene?».

Teo annuì, anche perché contrattualmente non poteva opporsi alla decisione di un superiore (“è fatto obbligo al prestatore di accettare, in buona fede e con la dovuta diligenza, le decisioni dei dipendenti gerarchicamente superiori”, articolo2). Tuttavia, la prospettiva di diventare un personaggio letterario non lo seduceva come si sarebbe aspettato dal commesso di una libreria con un olfatto in grado di braccare autori e romanzi rappresi nelle molecole odorigene. Diventare il protagonista di un libro, di qualsiasi libro, richiedeva uno sforzo e una preparazione psicologica che non poteva essere lasciata all’approssimazione. E questo al netto del fatto che Teo sentiva di non possedere una dimensione tragica o eroica, condizione necessaria e sufficiente per poter reggere il peso dell’inchiostro.

E poi il manager era stato piuttosto vago sul genere di libro a cui stava pensando l’Editore. Era un’opera di narrativa? Un saggio? Un’inchiesta voluminosa che, dopo quattrocentosettantasette pagine di dati, date e documenti, si arrendeva all’irritante inconfutabilità della celeberrima massima gattopardiana? Chi ama la parola stampata conosce bene l’enorme differenza fisica, emotiva, maieutica che passa tra l’essere lanciati nel mare aperto di un romanzo, come una creatura appena pescata dagli abissi verniani, e il finire incasellato in un testo scientifico, come uno dei pazienti di Oliver Sacks.

Certo, c’era la questione dell’olfatto ipersviluppato, che poi era il vero motivo per cui sarebbe stato scritto il libro. Dopo tutti quegli anni, Teo non si era ancora abituato all’idea che gli altri vedessero come un miracolo ciò che per lui era normale come bere, andare in bagno o indossare dei jeans quando si vuole un look informale. Bastava questo a renderlo una specie di John Coffey?

Per l’Editore evidentemente sì. E se aveva deciso che quell’atto di hybris della Natura meritava l’eternità della memoria, lui, da semplice dipendente qual era, non poteva che rispondere con una serie di mormorii che esprimevano un assoluto e devoto consenso.

*

I dipendenti che l’Editore inviò a Napoli la settimana successiva erano due, e non uno, come prospettato all’inizio. Quando Teo entrò nell’ufficio al piano ammezzato, il general store manager sguainò un sorriso da padrone del circo.

«Signori, ecco il nostro prodigio!», annunciò.

I due ospiti, un uomo e una donna, si voltarono in sincrono. A Teo parve di vedere doppio: erano perfettamente uguali – stessa altezza, stessa pettinatura, stesso sorriso abbacinante. Il maschio indossava un completo antracite, cravatta regimental a bande blu e verdi e un paio di occhiali dalla montatura kissingeriana; la femmina portava un lungo cardigan caramello imperlato di pelucchi, mezzi stivaletti Doc Martens e un paio di occhiali rotondi dalla montatura sottilissima. Teo escluse che potessero essere gemelli; piuttosto, gli ricordavano quelle coppie di bambole di cui vengono prodotte tante declinazioni quanti sono gli archetipi socio-sessuali dell’uomo e della donna.

«Molto piacere, signor Scannapieco», disse Ken Amministratore Delegato, «sono il dottor Rodolfo Belsito Stewart, direttore editoriale della sezione narrativa. Questa accanto a me, invece», e indicò Barbie Umanista Liberale, «è Sara Ruth De Benedictis, una delle nostre più brillanti ghostwriter».

«Salve», sorrise lei, mostrando il brillante incastonato nell’incisivo destro.

Teo chinò servilmente il capo. Si sentiva inquieto, ma non riusciva a capire perché.

«Come avrà capito, Sara si occuperà della stesura del libro», proseguì Rodolfo, «ci ha già comunicato le sue idee e noi le abbiamo approvate in toto. Vero, cara?».

«Sì. Abbiamo…cioè, ho…pensato a un romanzo di formazione», spiegò Sara Ruth De Benedictis, roteando le mani come se volesse impastare l’aria, «una cosa tipo dall’infanzia tormentata in periferia alla scoperta causale del tuo straordinario potere, fino all’ascesa sociale…».

«Ascesa sociale? Ma io faccio il commesso in una librer-».

«Ci sono tutti gli ingredienti per un best seller!», lo interruppe Ken Amministratore Delegato, «certo, la sua vera storia è un po’ troppo lineare per piacere ai nostri target di riferimento. Per questo, noi del board abbiamo proposto alla nostra cara Sara qualche piccola modifica per rendere il tutto un po’ più, come dire, inclusivo».

«Infatti», confermò Barbie Umanista Liberale, «ho…cioè, abbiamo…pensato di ampliare l’orizzonte della tua vicenda, Teo. Ad esempio, potremmo ambientare i capitoli sui tuoi primi anni di vita nelle Vele di Scampia, per dare un tocco più urbano e sociale. E la signora che hai incontrato in ascensore col libro della Maraini – il vostro manager ce l’ha giustappunto raccontato – dovrebbe essere un’immigrata, meglio se africana».

«Ma io sono nato e cresciuto in un condominio al Corso Vittorio Emanuele!», protestò Teo.

«E non è tutto!», lo interruppe ancora Rodolfo Belsito Stewart, «digli il pezzo forte, Sara!»

«Ah, sì», trillò la scrittrice, «nel romanzo Teo sarà una donna».

«Lesbica, però, perché non vogliamo mica darla vinta al patriarcato», ammiccò Ken Amministratore Delegato, flettendo il bicipite.

Teo sbarrò gli occhi per lo stupore. Non si sentiva abbastanza tragico per diventare un personaggio letterario, figuriamoci per essere una donna omosessuale cresciuta in una delle periferie meno liberal d’Europa.

«Lo so cosa sta pensando, signor Scannapieco», disse Rodolfo Belsito Stewart, poggiandogli una mano sulla spalla, «“L’azienda si è voluta portare avanti col lavoro nel caso in cui Netflix voglia comprare i diritti”. E infatti è così! Abbiamo già un accordo per una serie tv di tre stagioni. Sara si occuperà anche della sceneggiatura».

«Davvero?», domandò il manager, entusiasta, «chi interpreterà Teo? Cioè Tea?».

«Glielo dobbiamo dire?», civettò Barbie Umanista Liberale.

«Beh,   è   solo    un’indiscrezione,   sia   chiaro», gigioneggiò Ken, incrociando le dita di entrambe le mani, «ma pare – pare! – che vogliano

offrire il ruolo a Matilde De Angelis».

«Oddio, sarebbe perfetta!».

«Certo, dovrebbe fare tutto un lavoro di…normalizzazione, diciamo…per risultare credibile nei panni di Teo/Tea. Capelli crespi, sguardo non troppo sveglio, un po’ di … maniglie dell’amore… ci siamo intesi, no?».

I tre seduti fecero circolare una risata complice da un capo all’altro della stanza. Teo si accodò sommessamente, per cortesia, ma dentro di sé quella risata riecheggiò minacciosa come un tuono. Non era solo il disgusto misto al senso di colpa per aver accettato che l’azienda sfaldasse la sua identità con tanta chirurgica noncuranza: c’era qualcosa che lo stava soffocando sin da quando aveva messo piede nell’ufficio; qualcosa di leggero e velenoso come un gas, ma a cui non sapeva ancora dare un nome.

«Signor Scannapieco, se lei è d’accordo, Sara vorrebbe trattenersi un paio d’ore con lei alla fine del turno di lavoro per conoscere meglio la sua storia, le sue abitudini, le sue passioni», disse Rodolfo Belsito Stewart.

«Non ci sono problemi», rispose lui.

«Ti assicuro che sarà una chiacchierata piacevole», ridacchiò la scrittrice, accecandolo col brillante, «sono brava a mettere le persone a proprio agio».

«Non ne dubito», disse Teo, a disagio.

«Bene, allora, direi che è tutto a posto. Puoi tornare al lavoro, Scannapieco», concluse il manager, allargando le braccia come per impartire una benedizione. «Solo un secondo», lo stoppò Rodolfo Belsito Stewart, «mi aveva promesso una cosa, se non sbaglio».

«Ah giusto! Me ne ero quasi dimenticato! Teo, i nostri ospiti vorrebbero che tu mostrassi loro il tuo incredibile…hm…talento sensoriale».

«C-cioè?»

«Annusaci», ordinò Sara, senza troppi giri di parole, «vogliamo sapere di quali scrittori odoriamo».

Teo si avvicinò timidamente prima a lei e poi a Rodolfo. I due reclinarono il capo meccanicamente, come se manovrassero una macchina. La scrittrice chiese se dovessero assumere una qualche posa particolare, e la sua voce suonò trasparente, quasi vitrea. Teo rispose che non c’erano prescrizioni o formalità particolari, gli bastavano pochi secondi per capire; la postura della testa era indifferente.

«Molto bene», disse Sara, con un risolino che sembrava il singhiozzo di una stampante assetata di inchiostro.

Per questioni gerarchiche, Rodolfo Belsito Stewart fu annusato per primo. Un vento di odori nuovi accarezzò le narici di Teo: pino silvestre, Lucky Strike, silicio, vermouth, Campari bitter. Inspirò una seconda volta, più energicamente. Lo sforzo evocò altri profumi, più peculiari, rimasti impigliati nella pelle e nei vestiti: polveri sottili, cashmere pettinato, BDSM, Men’s Health, master in Marketing e Comunicazione alla Bocconi.

Passò a Sara. Acquerugiola, Winston Blu, vinile, poliestere riciclato, Moleskine, diploma alla scuola Holden; in fondo, incastrato sotto le unghie, un vago sentore di Novella 2000.

Teo cominciò a sudare freddo. Sentiva addosso gli occhi del general store manager e delle due bambole che avevano varcato la Linea Gotica per ammirareda vicino il prodigio che avrebbe reso ancora più ricca la terza-autoproclamata-prima casa editrice italiana. Possibile che il suo naso lo stava tradendo? No, non poteva. Appena dieci minuti prima aveva riconosciuto l’inconfondibile olezzo di sperma e carne in scatola di Bukowski nei vestiti di uno studente universitario.

«Allora?», lo incalzò Rodolfo Belsito Steward, «qual è il responso?»

Teo inspirò per la terza volta e chiuse gli occhi, sperando così di amplificare la ricezione. Rimase in uno stato come di apnea per quasi un minuto; poi si arrese. Finalmente aveva capito cos’era quell’inquietudine incolore che lo tormentava sin da quando aveva messo piede nell’ufficio: quelle persone non avevano addosso nessun odore riconducibile a una qualsiasi forma di letteratura.

«Scannapieco, hai sentito?», lo esortò il manager, tamburellando le dita sulla scrivania.

Teo avrebbe voluto dire qualcosa per spiegare che quel silenzio non era colpa sua, ma gli mancarono tutti insieme linguaggio, lessico e prosodia. C’era un solo modo per uscire da quell’impasse.

«Salman Rushdie, Stuart Mill, Piero Chiara», balbettò, additando Ken. «Grazia Deledda, Kazuo Ishiguro, Saul Bellow», aggiunse, rivolgendosi a Barbie.

Rodolfo e Sara applaudirono entusiasti. Teo fece un piccolo inchino, più per nascondere il suo volto che per ringraziamento. L’unica cosa a cui riuscì a pensare, mentre due lacrime pesanti disegnavano un paio di soli scuri schiantandoglisi sulla polo, fu l’articolo 17 del suo contratto: “costituisce

inadempimento del presente il mancato svolgimento delle mansioni assegnate dai superiori”.


Antonio Villani, classe 1989, è dottore in Giurisprudenza e scrittore, a riprova che non esistono limiti al dolore che una persona è in grado di infliggersi da sola. Ha pubblicato i romanzi La Venere Dobner (Eretica Edizioni, 2017) e Collezione Privata (Scatole Parlanti, 2019) e racconti per varie riviste, tra cui Parte del Discorso, Coye-Periferie Letterarie e Piegàmi.

Redazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Torna in alto